Le
immagini autobiografiche:
una
via narrativa alla percezione di sé
Oliviero
Rossi
Psicologo,
psicoterapeuta, Direttore – Associazione Italiana Arte-Videoterapia - Roma
Serena
Rubechini
Psicologa
“INformazione
Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°4 novembre - dicembre 2004, pagg.
14-23, Roma
“Per me una fotografia è il riconoscimento simultaneo, in
una frazione di secondo, da un lato del significato di un fatto, e, dall’altro,
di un’organizzazione rigorosa delle forme percepite visibilmente che esprimono
quel fatto”
Henri Cartier-Bresson
La
narrazione come processo attivo di produzione di senso
Narrare
rappresenta l’unico modo che l’essere umano possiede per far conoscere un
accaduto o la propria storia. Non è possibile, infatti, presentarsi al mondo se
non narrandosi.
Quando
parliamo di narrazione non ci limitiamo alla sola narrazione di tipo verbale
ovviamente. L’operazione narrativa, infatti, può avvenire attraverso vari
canali (dal linguaggio parlato, alla scrittura, all’immagine video…).
Nel corso
della vita, non facciamo altro che raccontare noi stessi attraverso storie che
rappresentano dei veri e propri atti narrativi in quanto frutto di
operazioni attive di organizzazione ed elaborazione dei diversi episodi che
riteniamo più importanti per la nostra vita (cfr.Callieri, 1999-2000).
Tale
operazione, tuttavia, non nasce esclusivamente dall’esigenza di raccontarci
all’esterno, bensì dalla necessità di dare un senso a ciò che ci accade, di
collegare i diversi eventi che costellano la nostra esistenza lungo una
dimensione sia temporale che spaziale. Nasce dal desiderio di raccontarci
a noi stessi.
Per
Trzebinski (cfr. Smorti, A., 1997) gli avvenimenti molteplici che
costellano la vita delle persone vengono com-presi ed integrati fra loro dando
origine a rappresentazioni narrative sul sé, prodotto della creazione di
diverse trame narrative. Queste rappresentazioni, dotate di senso, fungono poi
da schema attraverso il quale l’individuo interpreta le diverse esperienze
vissute.
Affinché,
infatti, l’esperienza acquisti un senso è necessario che sia inserita
all’interno di una cornice di riferimento che la renda coerente ed integrata
rispetto a tutte le altre esperienze vissute dalla persona. Le cose
acquisiscono un loro significato solo se inserite all’interno di un contesto,
di un tempo e quindi di una storia; all’interno, cioè, di un tessuto narrativo.
Oltre ad
essere un essenziale strumento relazionale quindi, la narrazione rappresenta
anche, e soprattutto, la via attraverso cui dare forma alla propria identità.
Se
parliamo di identità narrativa, possiamo dire che ogni volta che ci presentiamo
sia a noi stessi che agli altri, in realtà ci stiamo raccontando in un certo
modo. Questo perché, come dice Callieri, “…noi non siamo altro che la storia
che raccontiamo di noi stessi e la nostra identità narrativa si costituisce
mediante la nostra storia” (1999-2000, pp.4).
Sono le
storie che le persone raccontano e si raccontano della propria vita a
determinare il significato che loro stesse attribuiscono alle esperienze
vissute. Le esperienze che l’Io compie danno forma all’ identità: narrarle dà
loro un senso, le inserisce in un contesto, in un tempo e quindi in una storia
già esistente.
Narrare
rappresenta, quindi, un’operazione di consapevolezza in quanto equivale
a costruire una propria visione di se stessi e del mondo: sono io come
narratore che, nel momento in cui racconto qualcosa, opero una selezione,
un’organizzazione del materiale disponibile.
L’elaborazione
dei fatti in storie o “racconti personali” è necessaria perché le persone diano
un senso alla loro vita, perché acquistino un sentimento di coerenza e continuità.
Creando dei legami intenzionali tra le esperienze vissute. Non si può
prescindere dal concetto di intenzionalità in quanto, nel costruire storie, le
persone determinano, oltre al significato che attribuiscono all’esperienza,
anche quali aspetti dell’esperienza vissuta vengono selezionati per
l’attribuzione del significato.
Quello che
narro, poi, è sempre influenzato da chi mi sta ascoltando o da chi immagino mi stia
ascoltando. Probabilmente il mio stile cambierà anche in funzione del pubblico
o di quello che immagino sia il mio pubblico. Nel momento in cui narro, compio
una scelta: scelgo cosa narrare di me e cosa no, cosa far trasparire, organizzo
i tempi, le intonazioni, le espressioni facciali, le parole, la voce, le pause…
Questo è particolarmente evidente se racconto un fatto della mia vita a un
amico, a un nemico, ad una persona che mi sta antipatica, ad una persona che mi
sta simpatica, ad una persona di cui mi vorrei innamorare o ad una persona che
odio.
L’operazione
narrativa all’interno del dialogo terapeutico
L’attività
narrante si completa e acquista senso solo se c’è un ascoltatore della narrazione.
Non è sufficiente, infatti, che qualcuno narri se non c’è nessuno che ascolti
ciò che sta narrando. All’intenzionalità di chi racconta, quindi, è sempre
indispensabile si leghi l’intenzionalità di chi sta ascoltando quel racconto
(un libro ha bisogno di un lettore per diventare narrazione, così come il
diario ha bisogno del mio ascolto affinché mi narri qualcosa).
All’interno
della relazione d’aiuto, nella pratica clinica, si viene a creare tra cliente e
terapeuta una polarità narratore-ascoltatore della narrazione. Tale polarità
necessità dell’intenzionalità di entrambi per dar vita ad una costruzione
narrativa che li coinvolga in quanto attori della relazione.
Per tutto
il percorso della terapia cliente e terapeuta lavorano su realtà narrative che
il cliente stesso crea rendendole racconti. Al terapeuta non interessa se
quelle realtà siano “veramente” accadute oppure no; ciò che a lui interessa è
la ricostruzione che il cliente fa di ciò che è avvenuto.
Nel
momento in cui si racconta qualcosa che appartiene al proprio passato, infatti,
non lo si rivive, lo si ricostruisce. “All’autore, pur sempre a qualcuno
rivolgendosi, preme il gusto del ricordare non per fatti quanto piuttosto per
significati tratti dall’esperienza e quindi per riflessioni” (Demetrio,
1995, pp.72).
Il che non
vuol dire che lo si inventa ma che l’“Io tessitore”, come lo definisce Demetrio
(ibidem), dà vita ad un intreccio tra realtà narrativa e realtà storica,
ad un “come se”. Più il racconto è coerente, più elevata sarà la possibilità di
confondere realtà narrativa e realtà storica con la realtà vissuta.
Ciò
permette al terapeuta di liberarsi dai vincoli della verità e di lavorare sulla
realtà narrativa che la persona sta raccontando e ri-costruendo insieme a lui.
Nel mentre
che ci rappresentiamo e ricostruiamo “…ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto,
creiamo un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, godere, mentire,
ammalarsi e gioire: ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo” (Demetrio,
1995, pp.12). Creiamo una “distanza estetica”, creativa, in quanto ci
osserviamo nel nostro narrare; ci distanziamo dall’evento accaduto, entro un
certo limite, per poterlo organizzare in una forma narrativa.
Il qui ed
ora della terapia diventa il luogo e il tempo fertile all’interno dei quali
iniziare a vivere esperienze nuove, nuovi modi di sentire, versioni diverse
della propria esistenza e, quindi, nuovi racconti.
Compito
del terapeuta è quello di entrare nel mondo ipotetico del “come se” del
cliente, nelle sue diverse ricostruzioni ed ascoltare il nascere di connessioni
con la sua storia.
“Ricostruire
una storia diviene dunque un costruire insieme un tratto di vita, rimodellare
parti
di
sé, delle rappresentazioni della propria identità e del proprio contesto sociale”
(Venturini,1995,pp. 56). Significa dare origine ad un racconto nuovo
che, in quanto condiviso, crea un confronto all’interno del quale il terapeuta
si muove verso un obiettivo: facilitare la persona nell’assunzione di
responsabilità, aiutarla a rischiare possibilità diverse, ad aprire un copione
di vita che si ripeteva sempre nello stesso modo. La aiuta a riaprire il
finale, in un certo senso, in quanto gli offre la possibilità di togliere la
parola fine. In questo senso parliamo di narrazione creativa;
“Attraverso la narrazione della storia, non solo vengono comunicate le proprie
emozioni, ma viene favorita anche la riconciliazione di parti frammentate del
sé; il nominarle e il definirle produce l’acquisizione di consapevolezza, punto
iniziale per una evoluzione che coinvolge l’intero sistema di sé attraverso il
riorientamento” (Rossi, AAVV., 2003, pp.76)
Ovviamente,
non spetta al terapeuta proporre una storia diversa: egli può limitarsi a dare
degli stimoli, a mettere in figura qualcosa che è sullo sfondo. Può proporre al
cliente di indossare delle alternative andando a vedere se nella storia che
quest’ultimo gli racconta è possibile inserire dei sottotesti, delle storie di
personaggi secondari. Sostanzialmente quella che compie è una riorganizzazione
del campo narrativo giocando con gli elementi della storia del cliente.
La fotografia come evocatore di narrazione
Le
operazioni narrative possono realizzarsi attraverso diversi canali comunicativi
e trovare espressione per mezzo di differenti linguaggi.
All’interno
del setting terapeutico, tradizionalmente, la comunicazione verbale ha
rivestito un ruolo essenziale. Esistono, tuttavia, altri interventi che
consentono di lavorare, dare forma e azione, al contenuto narrativo che il
cliente porta in terapia.
Tra
questi, la fotografia rappresenta senz’altro una via di accesso privilegiata
alle narrazioni del cliente e questo perché in grado di essere, allo stesso
tempo, mezzo espressivo e linguaggio specifico dotato di un proprio codice.
Le foto
rappresentano sempre il risultato di un momento percettivo in quanto
metafora del modo che il cliente ha di percepire il mondo: del suo modo di
essere, di relazionarsi, di vedere quello che gli è intorno (ciò che il mondo
crede si aspetti da lui, ciò che crede di poter offrire, ciò che ritiene avere
il diritto di ottenere o di dovere fare…).
Le
immagini, infatti, non ritraggono una riproduzione fedele della realtà, in
quanto la percezione di quest’ultima è soggetta all’interpretazione
dell’osservatore. Ciò che ritraggono è una selezione interpretativa di essa,
una reinvenzione. Non esiste una realtà universale ed un unico modo di
percepirla; la realtà è relativa alla percezione che ognuno ha di essa e il suo
significato è strettamente personale, sociale e culturale.
Tale
processo percettivo, di tipo visivo, avviene sia nel caso in cui è il cliente a
scattare la foto, sia in fotografie in cui il cliente viene fotografato, sia
lavorando su foto scelte da lui stesso per descriversi o per descrivere la
propria famiglia, i parenti, gli amici…
Nel lavoro
con la fotografia all’interno del setting terapeutico, ciò che riveste
importanza non è la foto, che di per sé non ha alcun valore, bensì il criterio
che il cliente adotta nella scelta delle immagini da portare o da scattare
all’interno del setting stesso. La fotografia è diversa dalla realtà in quanto
il rapporto con quest’ultima è mediato dal mirino e quindi frutto di una
selezione. La fotografia, quindi, non è altro che il racconto di ciò che sto
guardando nel mirino, l’evento.
Benché
essa sia di per sé definita e limitata, non ha limiti per quanto riguarda il
potenziale simbolico che può avere per il cliente. Ogni foto rappresenta, in
fondo, un’immagine carica o caricabile di un senso esistenziale e un’importante
traccia del percepito della persona che viene in terapia.
Questa
traccia del percepito ci offre la possibilità di operare un lavoro di
consapevolezza, di esplicitazione dei rapporti di figura sfondo tra gli
elementi che la foto ritrae. Il terapeuta entra nell’universo razionale del
racconto del cliente e ne mette in evidenza le incongruenze ponendo accenti e
domande. Tali operazioni portano ad una parziale disgregazione o ad un
ridimensionamento della strutturazione razionale del racconto in quanto
elicitano quello che è il sottotesto emotivo di ciò che è verbalizzato. Così
facendo, vengono bypassati vari processi e si arriva direttamente ad
un’esplosione narrativa. All’interno di questo percorso, il terapeuta compie
un’operazione di facilitazione, di fiorire della memoria, del racconto di sé da
parte del cliente. Egli non fa altro che dare la sua attenzione, cogliere, se si
incuriosisce chiedere, soffermarsi, invitare a soffermarsi di più su qualche
particolare o a lasciare andare il racconto.
Ad
interessare è ciò che la fotografia evoca nel paziente. Non è necessariamente
rilevante il soggetto fotografato, quanto quel qualcosa che richiama in lui. La
fotografia diventa come un diario che viene letto e verbalizzato dalla persona.
Il lavoro
si sviluppa in più fasi: in un primo momento, viene chiesto alla persona di
disporre le foto sul pavimento in modo casuale. Questo tipo di disposizione
consente una maggiore plasticità sia perché il pavimento rappresenta un’area
ampia che offre la possibilità di posizionare le immagini aldilà dei limiti
ristretti di un tavolo, sia perché permette al cliente di creare dei percorsi,
di muoversi tra le fotografie dando vita a forme.
Una volta
disposte le fotografie, ha inizio tra cliente e terapeuta un’operazione di
ricostruzione di senso che passa attraverso una serie di domande che in qualche
modo esplicitino il motivo per cui sono state disposte in quella particolare
posizione e quello che evocano il lui.
Sono vari
i livelli che posseggono una loro valenza terapeutica all’interno del lavoro
con le fotografie. Ad esempio, può ricoprire notevole importanza proprio il
soggetto fotografato in quanto in grado di rimandare a degli eventi. La
fotografia, in fondo, è un momento, ma intorno a quel momento sicuramente c’è
stato un evento, un accadimento, un processo relazionale. Può essere una
modalità di lavoro anche andare a ricostruire il movimento che non c’è più
nella foto, quello precedente e quello successivo all’istantanea. Sono
chiaramente associazioni, fantasie, in quanto non sappiamo cosa è successo
veramente nella realtà storica, tuttavia, questo giocare con la propria storia
è molto probabile smuova il cliente e lo porti a prendere in considerazione
nuove cose, alcune delle quali anche disconfermanti ciò che le immagini
rappresentano (io e papà nella foto, per esempio, siamo sorridenti ma nel
racconto che precede e segue la fotografia non c’è niente di divertente).
Guardare una fotografia, infatti, crea una discrepanza in quanto molto spesso
significa vedere un me stesso che non mi somiglia per niente in quanto
bidimensionale; un me stesso che è molto simile al ricordo che ho di me ma che
è diverso da come sono adesso. Tale discrepanza tra Io che guardo e Me che
racconto muove l’attivazione emotiva di fantasie creative, un nuovo racconto.
E’
importante che avvenga del racconto che dia movimento drammatico, narrativo, ad
istantanee che di per sé non hanno più suoni, voci, odori…
Nel
momento, per esempio, in cui guardiamo la fotografia dal punto di vista del
soggetto che stava scattando, questa ci offre la possibilità di ricavare
un’intervista al soggetto stesso; ci parla di quella che è stata la sua
operazione di selezione, di scelta del punto di vista (cosa ha inquadrato, cosa
ha messo a fuoco, cosa ha sfuocato…). Praticamente, avviene un’esplicitazione
delle operazioni di selezione dell’attenzione che ha operato per inquadrare e
fotografare le immagini che ha scattato.
Allo
stesso modo, offrono interessanti spunti di lavoro i casi in cui il paziente
seleziona alcune foto da portare in terapia in cui è lui stesso ad essere
ritratto. Ogni foto rappresenta, infatti, un’immagine di se stessi, rimanda
un’immagine. Selezionare delle foto da portare in terapia significa dunque,
selezionare immagini diverse di sé stessi e di altri con cui poter lavorare e
relazionarsi e, quindi, dare un contenuto al materiale scelto. E’ essenziale,
per questo, rispettare sempre il fatto che il paziente vuole lavorare proprio
con le immagini che ha scelto.
In alcuni
casi, non è il soggetto ritratto nella fotografia ad avere rilevanza quanto
piuttosto un dettaglio presente nell’immagine stessa. Nella foto mostrata, per
esempio, viene messo in primo piano l’incontro di due mani; quel dettaglio dà
vita ad un racconto che può essere sganciato dai soggetti rappresentati (non
era un semplice prendersi per mano; la mia mano era presa, in realtà, e ciò mi
fa pensare ad un legame che non sono mai riuscito a tagliare, ad una libertà
ottenuta…).
In altri
casi ancora, quello che è importante non sono i due personaggi, io e mio padre
mano nella mano, ma io e mio padre di fronte a mia madre che sta facendo la
fotografia, per esempio. Oppure, potrebbe essere importante che quella foto è
rovesciata o è mostrata prima o dopo altre fotografie.
Piccole
cose che possono sembrare marginali ma che in realtà possono indicare tante
cose: chi incorniciava le foto? Chi le metteva negli album? Come venivano
conservate? Per portarle in terapia ho fatto il giro dei parenti, oppure sono
io che le tengo?…
E’
possibile, poi, allontanarsi da una singola immagine per avvicinarsi
all’insieme delle fotografie portate in terapia. La loro disposizione
sicuramente genera delle storie, dei racconti, o comunque, dei nessi più o meno
logici, storici, emotivi: le foto dell’allegria, le foto della tristezza o
l’alternanza delle due…
In un
certo senso, stiamo parlando dei vari livelli di rapporto terapeutico, mediato
dall’uso della fotografia, che vanno a lavorare su quello che è il sottotesto
delle immagini e del racconto.
Il primo
motore, nella relazione mediata dalla fotografia, è l’atto di volontà della
persona con cui noi come terapeuti stiamo lavorando, in quanto questo ci
permette di prendere contatto con tutto quello che è involontario, con quello
che è volontario, con quello che muove una scelta e ne impedisce delle altre. Se
manca la volontà (di cui il primo atto è quello di telefonare per chiedere una
relazione d’aiuto) è impossibile dare inizio a qualunque tipo di lavoro. Allo
stesso modo, non basta trovare una fotografia; è necessario risalire o riattribuire
in qualche modo la responsabilità della scelta di quella immagine, e quindi
anche la proprietà di quella fotografia. Quando la foto è stata scattata
probabilmente non avrei mai pensato di portarla in terapia; nel momento in cui
la porto, però, si carica di un atto di volontà, di un senso esistenziale forse
da esplicitare all’interno del setting. Se manca questo aggancio, è difficile
che il lavoro con la fotografia possa portare a dei risultati.
Per poter
lavorare sull’esistere di una persona è indispensabile e sufficiente che questa
in qualche modo dichiari un senso di proprietà, un’appartenenza alla propria
esistenza.
Il
lavoro con il fotoromanzo
Quando
lavoriamo con la fotografia, possiamo parlare di un livello di lavoro che parte
da una fase più “passiva”, all’interno della quale non c’è una produzione di
foto (semplicemente vengono portate nel setting immagini già scattate), e di un
livello più “attivo” in cui vengono prodotte istantanee. In questo ultimo caso,
entriamo direttamente nel campo di quello che può essere un intervento creativo
da parte del cliente.
Un epilogo
della polarità creativa espressiva della fotografia è il fotoromanzo,
lavoro in cui la produzione di immagini spetta al cliente e in cui è in atto
l’intera operazione di narrazione di cui abbiamo parlato precedentemente. Di
per sé, infatti, il fotoromanzo è un racconto che integra più modalità
narrative: la fotografia, la recitazione, la scrittura…(volendo potremmo
aggiungere anche la scenografia, i costumi e tante altre cose; dipende dalle
possibilità, dal tempo, dall’estro e dalla volontà di giocare).
Il
fotoromanzo è una storia, un romanzo fotografato appunto, in cui l’evento
risiede proprio nel fotografare le cose, nelle fotografie di un racconto. Ciò
che interessa è che questo racconto viene creato dal cliente, o dal gruppo.
L’iter
produttivo può variare a seconda del tipo di lavoro che si intende compiere. Si
può, per esempio, mettere l’accento o meno sulla costruzione artistica del
prodotto: si può, cioè, fare un fotoromanzo di improvvisazione in cui non c’è
un lavoro a monte, se non un’idea, un piccolo filo conduttore, un’emozione o un
sogno su cui viene improvvisato un fotoromanzo attraverso pochi scatti che
rappresentino quell’idea, quell’emozione che il soggetto vuole raccontare.
Oppure, si può giocare ad un livello molto più articolato in cui avviene un
vero e proprio processo di costruzione. In questo caso, abbiamo bisogno di un
lavoro sul soggetto, di un lavoro di piccola sceneggiatura, di un casting… Questo
tipo di iter operativo richiede sicuramente più tempo: il tempo della
costruzione artistica, del lavorare su di sé mediando, spostando l’accento sul
prodotto artistico espressivo e quindi anche estetico del lavoro.
Il cliente
può svolgere vari ruoli all’interno del lavoro: può essere il regista, oppure
il fotografo; a volte può essere regista e allo stesso tempo stare sulla scena;
oppure, ancora, può rappresentare se stesso facendosi rappresentare da qualcun
altro. Ciò dipende dalla distanza che la persona, o il terapeuta, sente giusta
nel lavoro che si sta svolgendo.
Ciò che
riveste maggiore importanza in questo tipo di lavoro è la costellazione
che le foto che vengono scattate dalla persona vanno a rappresentare. Nel
momento in cui compongo un’inquadratura, in cui definisco l’azione con le
persone che verranno fotografate gestendo gli spazi figurativi che poi saranno
la fotografia, quello che faccio è disegnare la mia costellazione emotiva,
affettiva, relazionale. Ognuno di quei singoli scatti non è altro che la
rappresentazione grafica del mio muovermi nel mio universo, nella mia
costellazione appunto.
Anche i
gesti e le posture, in quanto vissuti nel momento di produzione dello scatto, e
quindi della recitazione, offrono qualcosa nel loro essere messi in atto
consapevolmente. Offrono altro, nel momento in cui vengono rivisti
rappresentati nella fotografia, in quanto sganciati dalle sensazioni
propriocettive vissute durante lo scatto. Non c’è più un vissuto ma
l’evocazione di un vissuto, di un’emozione, di una sensazione propriocettiva,
di una dinamica relazionale. La fotografia evoca, ma non contiene niente di
quello che ha permesso di fotografare quelle azioni in quanto è soltanto colori
o scale di grigio, è bidimensionale, senza odori né sapori. Tuttavia, quando la
guardiamo, abbiamo una sensazione di colore, odore, sapore…di tante cose che in
realtà sono soltanto evocate; non dalla fotografia ovviamente, ma dal mio
rapporto con essa.
C’è, poi,
qualche altra cosa che provoca evocazione all’interno del lavoro con il
fotoromanzo. Non è nelle singole fotografie, ma nel testo, nelle didascalie, in
quello spazio tra un quadro e l’altro, tra una fotografia e l’altra, che
contiene il racconto.
Come per
l’interlinea del film, in cui tra un fotogramma e l’altro c’è uno spazio nero
che permette il movimento, così nel fotoromanzo, tra una tavola e l’altra, c’è
un salto; questo salto tra un’inquadratura e l’altra è il cuore del fotoromanzo
in quanto crea uno spazio narrativo che sfugge, in un certo senso, alla consapevolezza,
in quanto non è visibile, afferrabile; non è nella didascalia, ma tra lo
spostamento che c’è tra un’inquadratura e l’altra. E’ un vuoto che la persona
riempie della sua storia e della sua fantasia. C’è un testo, la sequenza delle
fotografie e delle didascalie, e c’è un sottotesto, che è fatto del vuoto,
delle foto che non sono state scattate, delle battute che non sono state dette;
questo sottotesto, in realtà, è uno spazio pieno, potremmo dire “abitato” da
chi si sta specchiando in quel prodotto artistico. La fotografia e la
didascalia rappresentano un contenitore di questo spazio. Il vuoto è un vuoto
fertile; è uno spazio evocante tra due confini, le due azioni fotografate, che
chiede di essere riempito da un’azione fantastica, emotiva, narrativa da parte
della persona che sta leggendo e vedendo il fotoromanzo.
Per questo
motivo il fotoromanzo può essere altamente emotivo (non necessariamente sempre)
in quanto parte del suo fascino risiede proprio nella possibilità che offre di
inventare foto, o meglio, le azioni, i frammenti di vita che non sono
rappresentati nelle fotografie.
Il lavoro
può essere facilitato da un’intervista successiva, o da altri processi.
Tuttavia, molto spesso, è anche nel compiere questa operazione di creatività,
la realizzazione del fotoromanzo appunto, che si chiude la gestalt. Questo, grazie
all’acquisizione di un punto di vista differente che la persona si è regalata
attraverso il lavoro.
In un
gruppo il cui lavoro era centrato sul fotoromanzo, ad esempio, è stato chiesto
ad ognuno dei partecipanti di portare una sorta di biografia personale in
dieci, quindici fotografie. L’intero gruppo si è suddiviso in alcuni
sottogruppi creativi e ognuno di essi ha creato un fotoromanzo utilizzando le
foto personali di ciascuno: queste, messe insieme e cucite da una piccola trama
narrativa, sono diventate un fotoromanzo. La consegna era che per ogni
fotoromanzo ci fosse almeno una foto per partecipante.
Successivamente,
ad ogni sottogruppo è stata data la possibilità di scattare e di stampare
(grazie ad una stampante che permette di stampare le foto nell’immediato) delle
fotografie. Si è creato, così, un secondo fotoromanzo; questa volta, però, non
con le foto storiche portate da casa, ma con delle immagini attuali gestite da
ogni singolo sottogruppo in modo da formare una nuova storia a partire da
quella precedente. A quel punto si è venuto a creare un racconto fotoromanzato,
per metà fatto da foto storiche, per metà da foto attuali.
C’è stato,
poi, un ulteriore lavoro: le fotografie sono state impaginate su grossi fogli
di carta ospitanti fumetti e didascalie. E’ stato chiesto ad ogni singola
persona di osservare quello che era stato fatto e di prendere contatto,
individualmente, con quello che mancava tra la prima e la seconda parte della
storia; con quello che emozionalmente, o a qualunque livello (cognitivo,
relazionale, storico…), mancava. Ciò che vivevano come mancante dalle prime due
storie ha dato vita ad un terzo fotoromanzo in cui il lavoro iniziale di gruppo
è diventato un lavoro individuale all’interno del quale ognuno utilizzava gli
altri membri per lavorare su se stesso, per rappresentare un nodo della propria
esistenza, ospitato proprio dal vuoto che c’era tra una parte e l’altra del
fotoromanzo iniziale.
E’ stato
un processo che ha reso molto esplicito il lavoro con lo sfondo, con la zona
mancante; con quei contenuti narrativi, emotivi, cognitivi che per emergere
hanno quasi bisogno di essere trascinati, accompagnati da quello che è in
figura. E’ stato applicato narrativamente un lavoro sulla consapevolezza in cui
foto, estremamente personali e storiche, hanno dato vita ad una storia comune
del gruppo all’interno della quale è stato possibile per ognuno riconoscersi
nell’altro e soprattutto in ciò che è molto intimo, privato: la propria storia,
che è diventata ed ha ospitato la storia di tutti gli altri, i loro copioni.
La
metafora è quella del dono: tratti di vita, forme che sono pregne di elementi
biografici vengono dati in dono e, nel momento in cui vengono donati, non
appartengono più a chi li ha offerti, ma a chi li riceve in quanto quest’ultimo
vi appoggia la sua narrazione. Poiché questa operazione viene fatta in gruppo,
tutto il gruppo partecipa alla riorganizzazione di quel materiale biografico,
costruendo un nuovo fotoromanzo che dà lo spunto per nuove operazioni narrative
che esitano nuovamente in qualcosa di molto individuale e personale. Come un
gioco di specchi, che rimanda da una polarità all’altra: dalla relazione allo
strettamente individuale, dallo strettamente personale si trasforma ed evolve
nel comune, per poi tornare nuovamente al personale. In questo gioco di
specchi, in questa polarità da individuale ad umano risiede la possibilità di
identificarsi, disidentificarsi e vedere alcuni aspetti di sé in un modo nuovo,
creativo, fatto di momenti molto carichi emotivamente.
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