Le
visioni della memoria
Un intervento di Gestalt a mediazione videoterapeutica
Psicologo, psicoterapeuta
Direttore – ARS Istituto di Gestalt
- Roma
“INformazione
Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°3 gennaio - febbraio
2004, pagg. 12-23, Roma
… la Realtà è come l’immagine di noi stessi che sorge in tutti
gli specchi, simulacro che esiste per noi, che insieme a noi arriva,
gesticola e se ne va, e tuttavia basta andare a cercarla per incontrarla
ogni volta.
J. L. Borges
Mi affascinano il tema della perdita della memoria e i paradossi
che ne conseguono. Ad esempio, l’angustia del presente di chi ha
perso la memoria del suo passato; oppure lo strano modo di vivere
il presente delle persone che hanno perso la memoria a breve termine:
come una sorta di sogno senza sognatore.
Senza
scomodare O. Sacks o J. L. Borges, in realtà non è necessario andare
a rovistare tra casi clinici di nicchia o tra giochi mentali di
specchi. Basta andare nella piazza di qualunque paese, più è piccolo
più il fenomeno è evidente, per notare il degrado della memoria
biografica della piccola storia; quella fatta degli eventi vissuti
all’interno della comunità che anima la vita del paese, tra i muri
dei vicoli, nei sentieri delle campagne o dei monti.
Questa
perdita di memoria è segnalata da vari indicatori che, più o meno,
hanno a che fare con la cessazione della possibilità di narrare
in una dimensione transgenerazionale, sia da parte dei giovani verso
le generazioni precedenti che viceversa. Si potrebbero prendere
in considerazione diversi fattori, ma forse è più semplice considerare
che questa assenza di comunicazione abbia a che fare con la noia;
noia in un senso ampio, che abbraccia la stanchezza di ascoltare
racconti ripetitivi o che narrano di cose che non si ha la possibilità
di conoscere e/o di incontrare.
La
vita cambia, e con essa la cultura che veicola il sistema dei bisogni
e delle motivazioni; la forbice tra generazioni si allarga; quello
che era vitale per la precedente diventa superfluo o inutile per
la successiva.
E’
un bene o un male? E’ semplicemente un dato di fatto, in un certo
senso sempre accaduto.
Michelangelo
lavora alla Pietà Rondanini fino a pochi giorni prima della morte.
L’artista ha ottantanove anni. Verdi ad ottanta rivoluziona il suo
stile musicale e tematico col Falstaff. Sono due esempi di straordinaria
creatività in età avanzata. Se ne potrebbero fare tanti altri e
non necessariamente legati a personalità d’eccezione. In altre parole,
non è affatto vero che la vecchiaia debba essere necessariamente
la stagione triste del declino, della rassegnazione, della contemplazione
desolata di una vita tutta già accaduta.
Questo,
ovviamente, non significa ignorare la fisiologia del processo dell’invecchiamento,
ma semplicemente mettere l’accento sui modi e le possibilità che
abbiamo di fare della vecchiaia un momento peculiare della nostra
vita in cui poter continuare a sentire e ad apprezzare il piacere
di esistere.
Per
far questo, abbiamo cercato nella storia dei luoghi e nel territorio
spunti di riflessione e di animazione sociale col fine di creare
un intervento applicativo, di tipo interdisciplinare, in grado di
rappresentare un’opportunità d’incontro e di condivisione.
Il
progetto, realizzato la scorsa estate a Petrella Salto, ha voluto
offrire un contributo concreto a questa esplorazione dei modi in
cui l’esperienza dell’essere anziano può felicemente accompagnarsi
a sentimenti di soddisfazione personale e di condivisione di un’esperienza
creativa.
Nostro
punto di partenza è stato la considerazione di un fatto oramai fin
troppo frequente: la perdita delle memorie degli anziani. La cultura
orale è veicolata da figure non più autorevoli come tempo fa, e
le storie, tramandate ai giovani, vengono considerate da quest’ultimi
storie marginali in quanto raccontate da figure marginali. I nonni
parlano ai nipoti dei carretti che dovevano trasportare per chilometri
e chilometri, quando il loro problema attuale è comprare il motorino;
parlano delle lettere d’amore che si scrivevano, oramai dimenticate
a favore di un metodo di comunicazione più rapido, internet.
Per
la maggior parte della gente, l’incontro con i propri vecchi avviene
intorno ad una tavola: il pranzo domenicale, quello per il compleanno,
la cena di Natale. Per non parlare dei pranzi in occasione di battesimi,
comunioni, matrimoni, in cui si raccoglie per definizione l’intero
nucleo familiare. All’interno di questi contesti, le storie di vita
dei nostri nonni si trasformano in racconti sentiti e risentiti
e, di conseguenza, privati del patrimonio emotivo che veicolano.
Mettere
in piazza gli archivi fotografici, sia quelli familiari sia quelli
conservati dalla comunità, raccogliere le storie degli anziani del
paese per costruire intorno ad esse una mostra fotografica, ha rappresentato
il desiderio di trasformare, di far diventare positiva questa caratteristica
“ripetizione” senile vissuta spesso come fastidio. La tendenza dei
vecchi è quella di raccontare sempre le stesse storie, storie
che spesso hanno a che fare con aneddoti o episodi della loro giovinezza,
legati ad un periodo storico e a dei luoghi fisicamente trasformati
o completamente stravolti nel corso del tempo; ad arti e mestieri
ormai inesistenti; oppure a persone un tempo rappresentative per
la comunità ma che ora sono quasi dei personaggi da favola per le
nuove generazioni.
In
questo modo il racconto, da semplice e pedante ripetizione degli
stessi ricordi già ascoltati e ri-ascoltati, diventa positivo, cambia
di segno appunto, in quanto indispensabile per realizzare qualcosa
di nuovo e mai sentito prima: una nuova storia, che nasce dalla
rielaborazione creativa operata dalla comunità. Le storie private,
personali, diventano il materiale vivo ed emozionante di una storia
che non è più di qualcuno ma di tutti. Al posto del solito gruppo
familiare, gruppi allargati in piazza e nei vicoli che hanno ospitato
le scene di vita e che hanno creato quei ricordi; al posto dell’ascolto
passivo, libertà di cucire insieme episodi diversi, mischiare le
situazioni, prendere un suggerimento di qua, un ricordo di là. Ciò
che avviene è un rinnovamento, risultato della riconversione attiva
e creativa della nostalgia.
Abbiamo
voluto prendere quello che c’è di socializzante nel momento conviviale,
estrapolarlo dall’ambito familiare, e farne la base del nostro progetto.
Negli obiettivi abita anche, infatti, il desiderio di creare un
ponte, un passaggio tra le esperienze di vita di generazioni apparentemente
lontane e non-comunicanti: l’idea è di rubare memoria storica agli
anziani, di cui essi sono ricchi, e donarla ai giovani per mezzo
di un processo di risocializzazione attiva che passi attraverso
la solidarietà in situazioni che promuovano l’empatia.
Il
cambiamento di segno è avvenuto a più livelli: la marginalità di
chi ricorda è stata trasformata in centralità, il disinteresse di
chi ascolta in curiosità, la noia in divertimento.
Una
storia può essere raccontata a tanti livelli: c’è il racconto “colto”
di tipo politico-economico, oppure quello storico-culturale (storie
di personaggi importanti del paese). Ma quello che a noi interessa
maggiormente, come psicologici e gestaltisti, è il punto di vista
emotivo, ed il ri-orientamento cognitivo che ne consegue, nascosto
dietro ad ogni storia; è il valore che ogni storia possiede anche
se dimenticata, o meglio ricordata da persone che vengono dimenticate.
Il counsellor in campo
La
fotografia è metafora del congelamento dei dinamismi. Nella sua
fissità può rendere esplicito ciò che c’è di rigido in un comportamento.
Ogni
volta che ci cimentiamo in qualcosa di nuovo, mettiamo anche in
atto qualcosa di fisso (credenze, stereotipie, copioni di vita…)
che ci facilita, rendendo in qualche modo meno estranea, meno “ostile”,
la novità. La fotografia mostra quello che rimane di fermo, di stereotipato,
di messo in posa (davanti all’obiettivo, come alla vista degli altri).
In un certo senso, estrae l’immobilità contenuta nel flusso degli
eventi.
L’immagine
fotografica è già di per sé un evocatore. Nel momento in cui la
guardo mi evoca sentimenti, vissuti…(per esempio, quando guardo
la fotografia che ho scattato davanti alla Tour Effeil, mi tornano
in mente le sensazioni di quel momento, ricordo il vissuto con cui
ho dato senso e ho riempito il metallo della torre).
Il
gioco è quello di sfruttare l’immobilità del momento di vita congelato
nella fotografia per favorire operazioni di movimento di risonanze
emotive veicolate da improvvisazioni e drammatizzazioni.
I
nostri counsellor, nel prepararsi, hanno iniziato con un lavoro
di esplorazione di se stessi.
La
prima fase si basa sulla scelta di alcune fotografie personali che,
come tutte le raccolte di foto, non fanno altro che presentare delle
istantanee fisse. Le istantanee selezionate creano una sorta di
biografica per immagini in quanto vengono scelte quelle più significative
per la propria vita (circa 15 foto). Di per sé, le foto non contengono
ancora un filo conduttore narrativo.
Il
secondo passaggio consiste nello svolgere un lavoro di ricostruzione
narrativa delle 15 immagini scelte. Nel momento in cui le istantanee
diventano frasi di un racconto, cominciano a perdere la loro fissità.
L’operazione narrativa permette, infatti, di costruire un senso
mobile in quanto ogni racconto può essere raccontato in infiniti
modi diversi.
Il
videoterapeuta ha il compito di favorire questo gioco di infiniti
racconti. Ciò non significa esclusivamente muoversi in un relativismo
narrativo fantasioso, ma condurre le operazioni di costruzione narrativa
su un terreno segnato da sfumature di realtà (tra i vari dinamismi
figura-sfondo), come se ogni fotografia fosse un campo dinamico
in cui operano i movimenti figura sfondo. Qui sta l’abilità del
videoterapeuta.
Il
lavoro è a più livelli: o si considerano gli elementi di una singola
fotografia, oppure le foto come elementi di un insieme complessivo.
La
disposizione, già di per sé, descrive qualcosa in quanto è in grado
di offrire dei grossi imput sull’ordine cronologico (ad es. se c’è
n’è uno o meno), sulla collocazione delle masse nelle fotografie
(ad es. assenza di persone), sulle disposizioni cromatiche (ad es.
passaggi di foto dal bianco e nero al colore e viceversa, foto colorate
molto vecchie o ritoccate).
Da
una parte si lavora sull’insieme delle foto (che già di per sé ha
una potenza evocativa in grado di rappresentare il compimento del
lavoro); dall’altra, viene posta l’attenzione sulla focalizzazione
di una serie di elementi fotografici che emergono dallo sfondo.
Di
solito vengono messi in evidenza gli elementi mancanti, le strane
ricorrenze da una foto all’altra (ad es. tutti ridono, io sempre
serio e teso; tutti si abbracciano, io sto sempre in disparte),
oppure uno strano assottigliarsi di contatto tra le foto iniziali
e quelle finali (ad es. le foto iniziali rappresentano tutte situazioni
di gruppo, quelle finali situazioni di solitudine). Ognuno di questi
particolari viene mostrato agli occhi della persona che sta lavorando
con la propria biografia. Viene riproposto come evocatore di contenuti
emotivi, cognitivi, prossemici, relazionali. Quello che è importante
è focalizzare l’attenzione delle persone su quei particolari che,
nel divenire della relazione terapeutica, risultano essere chiaramente
inconsapevoli per il cliente (es. un particolare gesto, la ricorrente
solitudine…).
Il
lavoro non consiste semplicemente nel dare risalto a quegli elementi
che sono stati negati, rimossi, messi sullo sfondo dalla persona
in quanto incongruenti con la storia ufficiale che si racconta della
sua esistenza. La riapertura della consapevolezza di questi elementi
incongrui, dimenticati, non visti, apre alla possibilità di poter
in qualche modo riscrivere il proprio copione di vita; di prendere
contatto con quelle possibilità che continuamente mi nego, pensando
mi siano state negate, e continuamente non vedo nel mio presente.
Il lavoro individuale sta nell’aprire le possibilità narrative.
L’insight,
la presa di consapevolezza, possono far pensare che il lavoro sia
concluso. In realtà, questo intervento sull’individuo rappresenta
la chiave per dare inizio alla trasformazione del vissuto biografico,
di memoria, di acquisizione di insight, in un dono per il gruppo.
Lavorando infatti con la parte più intima della propria storia,
la persona rende i propri vissuti stimolo per un’azione teatrale.
Un teatro fatto d’improvvisazione; un contenitore “spettacolare”
che ospita la vita dell’individuo e capace di dar forma emotiva
e cognitiva alle evocazioni che, in un certo senso, esplodono dal
racconto. Il gruppo, attraverso l’improvvisazione teatrale, ha il
compito di restituirle in forma artistica sia ai partecipanti stessi
che al protagonista. I tempi di questa traduzione sono molto veloci.
Questo
è il lavoro di training, svolto ad un livello di rielaborazione
e di profondità più intenso, che è servito come formazione per gli
operatori; loro stessi, con le persone del luogo, hanno creato una
versione soft per gli abitanti di Petrella.
Gli
operatori hanno in prima persona vissuto la rielaborazione emotiva
che nasceva dalle fotografie e dalle storie di vita degli abitanti.
Tale rielaborazione ha permesso un lavoro di costruzione teatrale
che ha dato vita a delle brevi performance (tra i 5 e 10 minuti)
che nascevano dalla evocazione dei pannelli.
Queste storie “piene” di vita sono state ricevute come un dono. Il
destinatario del dono, a sua volta, ha offerto un evento: ha offerto, cioè, la possibilità di trasformare
il dono ricevuto dal passato in qualcosa che avviene nel presente.
Le storie, descritte da fotografie appiattite emotivamente e oramai
depositate nei cassetti, acquistano volume emozionale, tridimensionalità,
attraverso la rielaborazione delle persone che le hanno ascoltate.
La
figlia di N. rivede, attraverso la rappresentazione, attraverso
cioè un veicolo vivo emotivamente, quello che sua madre racconta
di sé come ha fatto mille volte. Il racconto diviene di nuovo udibile
perché esce dalla dimensione di scontatezza, di passato; perché
nel momento in cui viene “sentito” da altri, viene nuovamente ascoltato.
La
rappresentazione, ancora una volta, mette in scena la magia del
teatro, il “come se” evocante.
Percorso biografico
Da
una parte, ci sono dei lavori che partono da vissuti, o da qualcosa
di per sé già traccia di vissuti. La fotografia, infatti, rappresenta
un’immagine statica, ma di un’ impronta di vita; già contiene in
sé qualcosa di vitale, di potenzialmente emotivo o comunque di vissuto,
se non altro perché è un momento della propria esistenza fotografato,
congelato, fermato.
Ma
c’è un’altra modalità di lavorare con le immagini, con il territorio.
Ovviamente, l’intervento realizzato a Petrella è un’ elaborazione,
o un’ applicazione di strumenti, che può essere utilizzata in altri
contesti, più terapeutici o meno. Nell’ elaborazione antropologica
sociale, nell’ operazione di recupero delle memorie, dei vissuti
e dei luoghi di tali vissuti, abbiamo fatto degli aggiustamenti.
All’interno di questi aggiustamenti, è stata utilizzata una modalità
che abbiamo chiamato percorso biografico. Se l’ applicazione
di cui parlavamo precedentemente aveva come elemento catalizzante
le storie vissute o le tracce di storie (le fotografie di famiglia
o l’intervista biografica), il percorso biografico, invece, nasce
da stimoli che, di per sé, non rappresentano già una storia (ha
inizio, infatti, dall’osservazione di foto decontestualizzate),
ma che permettono di ospitare qualcosa che, nel corso del lavoro,
diventa un racconto.
Giochiamo molto su un aspetto
teatrale. C’è uno stravolgimento del palcoscenico, intendendo con
la parola palcoscenico non esattamente il palcoscenico ottocentesco
o la ribalta, ma semplicemente lo spazio scenico, il luogo della
rappresentazione. Tale spazio diventa uno spazio di tipo “misterico”
in quanto giochiamo effettivamente con il mistero, con il passaggio
per vari ambienti e con la possibilità di vedere a distanza attraverso
vari mediatori.
Praticamente,
abbiamo allestito uno spazio di ingresso; proprio come una specie
di camera iperbarica in cui viene raggiunto un certo livello di
pressione. In questo luogo di passaggio avviene già, in un certo
senso, una prima attivazione a più livelli: un’ attivazione in qualche
modo di interesse e un’ attivazione, se non proprio emotiva, simile
ad un riscaldamento. In breve, questo ingresso è un ingresso un
po’ platea e un po’ palcoscenico in quanto abitato dal pubblico
(il quale si ritrova davanti ad una serie di pannelli su cui sono
attaccate varie fotografie decontestualizzate). Parliamo di fotografie
decontestualizzate in quanto esse ritraggono particolari del paese
più o meno ampi, dettagli, scorci di panorama o architettonici senza
alcun senso in particolare. A volte è difficile anche capire che
cosa che rappresentano.
Tali
immagini vengono proposte con la possibilità di essere scelte da
colui che compirà questo percorso. La persona è una persona del
pubblico, una persona del luogo che si propone abbastanza curiosa
di partecipare. Un’equipe di facilitatori, di counsellor, lavora
per dar vita a questo evento. Uno di loro ha il compito di servire
un po’ da “Virgilio”, in quanto accompagnatore della persona nella
scelta di un certo numero di fotografie (5 o 6). Gli viene chiesto
di scegliere delle foto che in qualche modo lo incuriosiscono, gli
muovono un po’ di interesse. “Virgilio” lo accompagna e parla con
lui, compiendo una piccola operazione di pre contatto e aiutandolo
a scegliere le foto. Accanto al pannello in cui sono attaccate c’è
un televisore collegato ad una telecamera che viene utilizzata dal
videoterapeuta. Quest’ultimo riprende tutte le operazioni compiute
dalla persona (mentre sceglie, mentre pensa, mentre dialoga con
il “Virgilio”). Una volta che ha scelto le fotografie il videoterapeuta
la intervista. Successivamente, la invita ad entrare in una stanza
il cui ingresso si trova vicino al pannello. Ovviamente l’intervista
è un’intervista particolare, in quanto costruita in modo che l’intervistato
parli come se parlasse a se stesso, al se stesso che neanche sa
cosa accadrà nella stanza in cui entrerà a breve. Le domande sono
del tipo “Che cosa ti aspetti da questa esperienza?” “Cosa pensi
potrà darti?” “Cosa desideri da quello che stai per fare?”, “Cosa
vorresti trovare?”. Gli si può chiedere, inoltre, un consiglio da
dare a se stesso, o un invito o un buon augurio. E’ importante che,
nel darsi il consiglio, si chiami sempre per nome: “Enrico ti consiglio
di…” per esempio. Una volta compiuta l’intervista, la persona entra
nella stanza accompagnata da “Virgilio”. All’interno della stanza
ci sono altri tre o quattro counsellor che lo aspettano senza fare
niente. “Virgilio” gli chiede di fissare su un pannello vuoto le
cinque o sei foto scelte; gli chiede inoltre il perché della scelta
di quella disposizione e che sensazioni prova nel mettere le foto
nella successione in cui le sta mettendo. Viene poi invitato, una
volta appese, a guardare le fotografie e, di nuovo, gli viene chiesto
che cosa gli evocano, se ci sono dei ricordi, che cosa gli muove
vedere quelle fotografie lì. Mentre la persona sta parlando, i counsellor
che erano nella stanza iniziano ad improvvisare l’evocazione, la
storia che nasce dal soggetto che osserva le sue scelte fotografiche.
A quel punto accade qualcosa di particolare. La persona comincia
ad accorgersi che le altre quattro persone che sono nella stanza
stanno iniziando a mettere in scena un qualcosa, esattamente quello
che lui sta evocando; non alla lettera quello che evocava, ma proprio
le emozioni, il vissuto che in qualche modo è passato ai counsellor.
L’improvvisazione è un’improvvisazione empatica, cioè un’improvvisazione
libera (più o meno coordinata, perché in realtà non hanno nemmeno
il tempo di mettersi d’accordo). E’ un evento che inizia ad avvenire
e trova una miracolosa coordinazione, direttamente proporzionale
alla capacità empatica di improvvisare su quella risonanza emotiva
affettiva che viene percepita all’interno della stanza. La persona
che ha messo le fotografie sul pannello comincia a diventare spettatore
di se stesso, in un certo senso; non del se stesso che è possibile
vedere in una fotografia, cioè della sua apparenza, ma del se stesso
che emotivamente ha raccontato, del se stesso emotivo che ha espresso
mentre parlava delle foto che aveva scelto.
Avviene
questa rappresentazione, in cui il soggetto può scegliere se entrare
o tenersi fuori, che diventa visibile sia per le persone che sono
dentro sia per il pubblico fuori (ovviamente tutto quello che avviene
nella stanza continua ad essere ripreso dalla telecamera, registrato
sul nastro, e allo stesso tempo mandato in diretta sul televisore
esterno alla stanza). E’ inutile precisare la grossa attivazione
emotiva che avviene.
Ad
un certo punto viene detto alla persona che può far terminare la
rappresentazione in qualunque momento desideri; quando sente che
quello che le persone stanno agendo, stanno rappresentando per lui,
con lui, di lui e di loro, è sufficiente, quando sente che è stato
toccato abbastanza, è lui a porre fine all’evento. A quel punto
viene accompagnato di nuovo fuori dalla stanza e avviene un nuovo
incontro. A parte il pubblico che ha assistito dal monitor, c’è
l’incontro con se stesso, con il se stesso che è stato registrato.
Lo spirito con cui viene fatto rivedere non è semplicemente quello
di rivedere tutto quello che ha fatto, ma quello di interagire con
un aspetto di sé, con alcuni aspetti. Ovviamente, l’interazione
con l’immagine filmata è mediata dall’interazione con il videoterapeuta
che in un certo senso, seleziona, propone alcuni dei momenti di
ciò che è stato registrato. Il dialogo con l’immagine di sé prima
o poi, riporta al sé iniziale, alle immagini riprese prima di entrare
nella stanza, proprio quelle in cui il se stesso si dava dei consigli,
parlava delle proprie aspettative, di cosa avrebbe voluto incontrare,
trovare. A questo punto c’è un confronto con queste aspettative,
con quello che è stato trovato o non è stato trovato, e la persona
riceve il consiglio che si era dato all’inizio; questa volta però
come fruitore, come persona che riceve un dono. Tanto più il consiglio
era un vero consiglio, tanto più si trasforma in un reale dono che
la persona riceve proprio dalla persona che, in fondo in fondo,
gli è più vicina al mondo, se stesso (anche se è un se stesso di
cinque/dieci minuti prima). Da un punto di vista temporale quell’immagine
è passata, ma in qualche modo è particolarmente presente, come un’immagine
nello specchio, la quale non può apparire se non nel presente.
Soltanto
che è un’ immagine particolare. Se lo specchio mi rimanda soltanto
ciò che io faccio vedere di me, (ossia il mio corpo, i movimenti
che compio davanti ad esso, l’ espressione del mio viso…), l’ immagine
che la telecamera mi propone è un qualcosa di sconosciuto, di dimenticato,
di non visto, in quanto sganciata da quelle caratteristiche e da
quei comportamenti che normalmente confermano il mio senso d’identità.
In un certo senso, diventa autonoma, permettendo così un confronto
tra l’immagine mentale che ho di me e l’ immagine della mia condotta
visibile nella registrazione.¹
Essendo
di fronte ad una rappresentazione di me parlante, che mi fissa negli
occhi e mi parla direttamente, ho l’occasione di confrontarmi, emotivamente
e cognitivamente, sia con possibilità nuove sia con l’ esperienza
fatta; un’ esperienza che, in qualche modo, mi ha portato a tuffarmi,
a dare senso a dei particolari che erano, come dire, senza un contesto,
senza tempo, senza una narrazione propria (in quanto foto decontestualizzate).
Ciò che era non significativo per me, in quanto stavo parlando di
fotografie che non avevano senso, è diventato veicolo di un incontro,
del mio sentirmi riconosciuto. Questo perché il mio parlare di me
ha dato vita a delle azioni in cui è stato evidente il coinvolgimento
di altri che non conosco, che non conoscono me e che mi hanno ascoltato
nel mio raccontarmi; azioni che sono testimonianza vitale, agita,
fatta di movimento, di calore, di sudore, di contatto; che non possono
far altro che darmi la certezza che, qualunque cosa io abbia profondamente
dentro, nel momento in cui la racconto, la esplicito, la narro (cioè
la dono a chi mi ascolta) viene ad assumere una vita propria che,
in qualche modo, mi rimette in contatto, in unione, con chi mi è
accanto.
E’
evidente il parallelismo tra un’esperienza vissuta come evento,
circoscritta nel tempo, molto coinvolgente e forte, e quello che
può avvenire in una situazione familiare, in una situazione di comunità,
nel momento in cui tiro fuori quello che è nascosto nei cassetti
del mio cuore. Certo è ovvio, non si tratta di andare in piazza
a lavare i panni sporchi, si tratta semplicemente di riconoscersi
quella dignità di evocatore di storie che ha il diritto di esistere
e di entrare nella relazione.
Nella
relazione non possiamo fare altro che entrare attraverso un racconto
verbale, attraverso un contatto (una carezza racconta tanto quanto
una poesia). Non importa se il racconto è veicolato verbalmente
o non verbalmente. Quello che importa è il senso, il significato,
la dimensione narrativa, cioè vitale, che metto in una relazione.
La narrazione, infatti, è fatta da eventi che nel loro interagire
danno vita ad un qualcosa che può essere raccontato, in altre parole
ricordato, proprio perché acquista un senso dato dalla correlazione
tra i fatti.
A
questo punto, forse, torniamo all’inizio di tutto il lavoro fatto
a Petrella. Ci sono delle generazioni che hanno perso il contatto,
che hanno perso la relazione tra loro, la relazione narrativa. Ci
sono racconti che non vengono più ascoltati e c’è qualcosa che avviene
che non è più visto dagli anziani; gli anziani non capiscono i giovani,
i giovani non ascoltano più i vecchi. In mezzo ci stanno i così
detti adulti che, in fondo in fondo, si muovono tra la critica nei
confronti degli anziani (in quanto le aspettative che avevano nei
confronti di quest’ultimi quando erano piccoli vengono ora disattese), e l’essere criticati dai giovani, in quanto loro stessi non corrispondono a quelli che sono
i valori o le aspettative di una generazione che sta nascendo (sembrerebbe
senza storia, in realtà semplicemente non ospitata dalle storie
che li precedono).
In
questa ottica, ciò che diventa importante è riuscire non tanto ad
attivare delle emozioni, quanto a dar vita ad una narrazione, una
storia, la quale contiene in sé la capacità “magica” di attivare
le persone che la raccontano. E’ ovvio che la storia narrata è fatta
da persone, ma è altrettanto ovvio che non appartiene più a loro;
quella storia, infatti, può essere indossata da chiunque in quanto
narrazione umana; all’interno di essa qualunque ognuno può sentirsi
ospitato e riconoscersi.
E’
importante considerare il racconto come uno strumento che agisce
aldilà delle stesse persone che l’hanno narrato, che gli hanno dato
vita. Ciò è particolarmente evidente nel percorso biografico
in cui piccoli eventi provenienti da più persone (sia da chi
ha disposto e raccontato le foto, sia da chi ha agito da facilitatore
trasformando le emozioni in improvvisazione mediata dall’empatia,
sia dal videoterapeuta), si uniscono insieme a formare un’unica
storia che ospita tutti. Quello che all’inizio era il protagonista
entra dentro la stanza e interagisce con le persone che stanno improvvisando,
vivendo delle emozioni che non sono più soltanto le sue (l’empatia
non è a senso unico). Di chi è la storia? Oramai non si sa più.
C’è un’interazione reciproca, una circolarità narrativa, emotiva,
cognitiva. E’ questo l’ “evento biografico”, biografico non più
perché della persona che aveva iniziato il lavoro, bensì perché
“scrittura di vita” in cui gli elementi sono tutti partecipanti,
compreso il videoterapeuta, il pubblico, i counsellor.
Il
raccontare, infatti, “presume una relazione nella quale tra l’io
e l’altro si instaura un rapporto potenzialmente ristrutturante.
Ricostruire una storia diviene, dunque, un costruire insieme un
tratto di vita, rimodellare parti di sé e delle rappresentazioni
della propria identità e del proprio contesto sociale.” ²
La
storia ha raccontato le persone, in quanto è diventata patrimonio
di tutti i presenti; né solo di chi la ha raccontata, né solo di
chi la ha agita, né solo di chi l’ha vista da fuori attraverso la
mediazione dell’occhio della telecamera. In un certo senso, è quello
che accade ogni volta che si ascolta una sinfonia: in realtà non
ascolto il violino, ascolto la musica. Non ascolto la fatica e la
concentrazione di chi sta ascoltando; certo, se non ci fossero la
fatica e la concentrazione non ci sarebbe neanche la musica, ma
io ascolto l’evento musica che pervade, possiede, è qualcosa che
è aldilà del suonatore, dello strumento.
Ciò
che è importante è che questa operazione dà valore a qualunque elemento
che all’inizio appariva senza alcun valore.
Ogni
volta che qualcosa di mio, che all’inizio sembra insignificante,
inizia ad acquisire valore, a veicolare ricchezza, a contenere vita,
io inizio a riconoscermi un po’ di quel valore; soprattutto se la
cosa insignificante l’ho tirata fuori da dentro la mia testa, da
dentro la mia storia. “A quanti episodi, a quante possibilità non
dò valore! Quanti desideri ho che ho messo da parte perché li considero
senza valore!” (non dando valore a me stesso, poi, inizio a dare
valore a quello che credo gli altri credano vada fatto, in modo
tale da poter essere alla loro “altezza”). Pesco dentro di me pensando
di trovarci qualcosa che non è niente di più importante di un granello
di sabbia; ma nel momento in cui su quel granello di sabbia comincio
a metterci altri insignificanti granelli di vita, piano piano scopro
che questi granelli di vita non li posso più considerare insignificanti
se in grado di muovere tutto l’evento (tutto l’accadimento che si
appoggia a quelle 5/6 fotografie, per altro nemmeno mie e che quindi
nemmeno mi appartengono più di tanto). Ma, semplicemente, gli ho
dato un pizzico di valore perché mi sono permesso di lasciarmi incuriosire
da immagini senza senso. Quella che è un’immagine senza senso che
non ha altro valore se non il fatto che gli ho concesso un pò della
mia curiosità, comincia a veicolare fatti, brandelli, pezzettini
della mia vita e mentre ne parlo, comincio ad organizzarmi, a dargli
il valore, la possibilità di incuriosirmi (e io non provo curiosità
per quello che conosco ma mi incuriosisco di quello che non conosco,
di qualcosa che è profondamente mio); inizio a guardarla da un punto
di vista diverso, e quindi noto qualcosa di diverso, di nuovo, di
cui non tenevo conto. Scopro anche, e lo testimonia il gruppo di
persone che è accanto a me, che quelle cose incuriosiscono pure
loro, al punto da muovere, da creare, da dar vita a un piccolo avvenimento
creativo, “teatrale”; ma non è teatrale in senso classico, è teatrale
nel senso di azione scenica, in cui la scena è in qualche modo composta
da quei granelli di vita all’inizio senza importanza, che io ho
esplicitato rendendoli racconto. Acquistano valore, energia, possibilità
di muovere eventi e accadimenti che, a loro volta, muovono anche
me in quanto inizio ad interagire con delle persone, a sudare, piangere,
ridere, cambiare colore, cioè sono vivo.
Normalmente
si rischia per qualcosa che si pensa abbia valore. Si rischia un
piatto importante se abbiamo qualcosa di grosso in mano, ma se non
c’è questa possibilità di importanza, che mi muovo a fare? Il copione
non importa quanto sia stantio, dà sicurezza. Come posso rischiare
una modalità diversa, uscire dal mio copione di vita più tranquillo,
se non vi riconosco una posta interessante?
Esco
fuori e trovo l’immagine di me che, di nuovo, mi dà il consiglio
che mi aveva dato all’inizio; che mi ricorda anche quali sono i
miei desideri, che cosa mi aspetto da quello che non conosco; e
posso rispondergli, posso io dare un consiglio a lui.
¹ cfr. Rossi, O., La videoterapia nella
relazione d’aiuto, Informazione psicoterapia counselling fenomenologia,
vol.2, Roma 2003, pp.30-35.
² Venturini, R., Coscienza e cambiamento,
Cittadella Editrice, 1995, pp.56. |