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Università degli Studi di Roma “La Sapienza”Lo sguardo e "Formazione
In Psicoterapia Counselling Fenomenologia" n°7, settembre-ottobre 2006,
pagg. 38-51, Roma Seguendo il tragitto che Merlau-Ponty traccia dalla sua opera più famosa
fino agli ultimi scritti, siamo condotti a un “al di là” della fenomenologia,
che lo stesso autore ha evocato più volte richiamandosi alle tesi ontologiche
vicine allo strutturalismo psicoanalitico. L’indagine sulla visione, sullo
sguardo sono fondamentali per radicalizzare l’approccio fenomenologico in
direzione ontologica. Su tali riflessioni Jacques Lacan inaugurerà una nuova
fase del suo pensiero che lo porterà a una revisione della sua “fenomenologia
psicoanalitica” contenuta nella teoria dello “stadio dello specchio”. Sarà
possibile da questo momento[1]
parlare non più e non tanto di “fasi percettivo-evolutive” ma di “oggetti” che
rendono possibile la percezione e costituiscono la stoffa della soggettività.
Lo sguardo, insieme alla voce, non sarà più considerato organo o funzione della
percezione, ma oggetto pulsionale ontologicamente originario rispetto
all’esperienza del soggetto. È a partire da tali proposte che oggi è possibile comprendere
diversamente e con maggiore profondità, fenomeni clinici come le allucinazioni
(visive o uditive) nella psicosi, o perversioni come il voyeurismo,
l’esibizionismo, il narcisismo, o le varie forme di fobia, di iperestesia, di
dismorfofobia. Ed è a partire da tali proposte che possiamo reperire un necessario
riferimento teorico e metodologico per quella congerie di tecniche
psicologiche, psicoterapeutiche, riabilitative che fanno dell’uso delle
immagini e in generale dei codici sensoriali, un campo di sperimentazione e
applicazione in diversi ambiti e con diversi fini. Mi riferisco alle
“artiterapie” e in particolare alle tecniche della videoterapia, fototerapia,
film-therapy, drammaterapia. Fenomenologia e psicoanalisi Gli enigmi dell’esperienza soggettiva sono indagati con particolare acume
dalla fenomenologia del secondo Merleau-Ponty e dalla psicoanalisi lacaniana.[2]
Soprattutto nei suoi ultimi scritti il filosofo francese, ha cercato di dar
voce ai paradossi e ai labirinti che il soggetto percorre per riancorarsi alle
cose stesse, per incontrare le cose stesse. Il programma sviluppato sistematicamente nella Fenomenologia della percezione, trova nelle ultime opere un
particolare approfondimento a partire dalla visione, dal vedere, che nella
pittura trovano il modello appropriato per una comprensione del fondamento
dell’esperienza, al di là degli psicologismi. Per vedere il mondo e coglierlo
nella sua enigmaticità, occorre rompere la nostra familiarità con esso:
l’approccio fenomenologico deve rinunciare a una riduzione ai dati superficiali
dell’esperienza. Gli esempi paradigmatici di queste verità paradossali ce le forniscono
l’arte da una parte e la clinica dall’altra. La pittura ha ispirato a Merleau-Ponty le considerazioni più illuminanti
delle sue ultime opere. La cinica delle psicosi (allucinazioni), la pittura e
il teatro sono all’origine delle più folgoranti intuizioni di Lacan. L’arte, così come la clinica, ci dicono qualcosa di essenziale sulla
percezione e sul funzionamento della mente. Ci insegnano, prima di tutto, che
nell’esperienza non è primario il visibile, il toccabile, l’udibile, ma la loro
ulteriorità: l’invisibile, l’intoccabile, l’inudibile. Per questo ora una
fenomenologia della percezione si coniuga tra
il visibile e l’invisibile, tra
l’udibile e l’inudibile, … Le esplorazioni dell’arte non sono mere sollecitazioni percettive, giochi
sensoriali, o distorsioni, deviazioni percettive, così come non sono copie,
rappresentazioni del reale, conoscenza delle cose poste là fuori.[3] Per Merleau-Ponty la percezione stessa non è un modo di conoscenza della
realtà, ma una modalità del desiderio, un “rapporto d’essere”. Ed è questo
rapporto d’essere che l’arte e la clinica ci fanno scoprire sempre in modo
singolare. La reversibilità di sguardo
e voce Punto
focale dell’indagine fenomenologica era stata l’importanza attribuita al corpo
proprio (Leib, vissuto) come momento
originario e fondante ogni tipo di conoscenza, di presenza. Ma il nostro corpo
si “impone” a noi stessi anche come oggetto (Körper), come cosa che posso guardare, toccare, usare… e in questa
sua natura è anche distante da me o addirittura estraneo. Il mio corpo ha una
doppia natura, una doppia appartenenza: io considero, paradossalmente, il mio
corpo come il corpo-che-sono, punto di vista sul mondo e il corpo-che-ho, uno
degli oggetti del mondo. Questa doppia natura di corpo
vissuto e corpo oggetto
costituisce già un enigma: noi ci troviamo a convivere con aspetti paradossali
e dicotomici del nostro corpo che non possono essere ridotti l’uno all’altro,
non possono essere integrati totalmente e diventare “uno”. In molte patologie
troviamo una riduzione di tale compresenza sul lato della oggettivazione del
corpo, con effetto di una completa anestesia del vissuto, o al contrario, sul
lato del Leib, con effetto di una
iper-sensibilizzazione che nega la natura oggettuale, esteriore del corpo. Merleau-Ponty ne L’occhio e lo
spirito, riprende tali paradossi della corporeità per individuare non tanto
il limite ma il proprium
dell’esperienza umana: Così anche per la voce: il soggetto non può parlare senza sentirsi. La
parola implica una riflessività automatica. La mia voce è contemporaneamente
qui, dentro di me e là fuori, tra i rumori del mondo: la sento da dentro e mi
torna come un’eco simultanea da fuori. La testimonianza più esemplare della
reversibilità della voce, ce l’ha data l’arte della phoné di Carmelo Bene, per il quale l’attore è in balia della sua
stessa eco, «commosso dal suo stesso canto, fuori dal senso», in lui la voce si
ascolta dire, «è la sua stessa eco».[6] Questo incrocio, questo chiasma implica il senziente nel
sentito: colui che vede è inerente a ciò che vede, colui che tocca a ciò che
tocca, colui che parla a ciò che ascolta: «dunque un sé che è preso nelle cose […], le cose sono un suo annesso o un suo prolungamento, sono incrostate
nella sua carne, […] e il mondo è fatto della medesima stoffa del
corpo».[7]
Abbiamo visto come la fenomenologia si fonda sin dalle sue origini su un
paradosso della soggettività: da un lato, il soggetto è nel mondo e del mondo,
dall’altra è il punto di irradiazione, la coscienza, del mondo, punto di vista,
spectator di un quadro in cui è
incluso lui stesso come macchia, punto cieco. Merleau-Ponty parlerà in Il visibile e l’invisibile, di esser-ne
(en-être): luogo in sospeso tra il
mio corpo e il mondo, tra me e l’altro, tra
Körper e Leib, tra il mio corpo e
la sua immagine riflessa. Narciso ed Eco. Nel mito, raccontato da Ovidio, Narciso incontrando la propria immagine,
andrà incontro alla sua morte. Narciso si perde, ma si perde perché non si
vede, non vede sé stesso nello stagno, ma un altro. Si perde non perché è
narcisista, ma anzi perché non riconosce se stesso nell’immagine riflessa. Non
è innamorato di sé, poiché non è sé che vede là fuori, sulla superficie
dell’acqua. La sua follia è un vedersi fuori di sé, senza ri-conoscersi nella propria
esteriorità ed esposizione. Senza esteriorità non trova posto nel “tra”. È
coscienza priva di en-être, quindi
non può veder-si nello specchio. Ciò che Narciso non riesce a fare, il soggetto dovrà farlo attraverso lo
“stadio dello specchio”, secondo la formulazione di Lacan. Il mito racconta anche l’altra condizione di specularità, quella della
voce, di Eco che perde la sua parola e il corpo per amore della immagine di
Narciso, si fa sottile, smuore per estinzione, divenendo pura voce, riflesso
sonoro. Eco è il modello mitico della voce come mero riflesso di risonanza: «la
sua voce, lei stessa, Eco-senza-corpo-purissima-voce, può dire soltanto quello
che un altro vuole che essa dica: non “sue”, ma della voce dell’Altro, l’amato
che l’attrae a sé, sono le parole che essa sillaba incompletamente».[8]
Eco e Narciso non possono amarsi perché sono simili nel non riconoscersi
nel riflesso, percependolo come altro. Ambedue sono esseri indivisi, non si riflettono. Rimangono uno, non si
sdoppiano davanti alla loro immagine/eco. La negazione della propria divisione
fa sì che l’immagine/eco torni da fuori come altro. Così, «il mito di Narciso è
il mito dell’incontro mancato, della coincidenza impossibile con se stessi».[9] Lo stadio dello specchio. Il rapporto del bambino con lo specchio è uno dei processi emblematici
che lo portano a cogliersi come diviso tra il proprio vissuto (confuso e
frammentato) e l’immagine riflessa di sé (corpo visibile nella sua interezza,
cosa tra le cose). Egli deve trovarsi una posizione, sia pure paradossale. «Ciò
avviene attraverso l’acquisizione dell’identità tra la propria “esteriorità” e
la propria “interiorità”, tra l’immagine
speculare e il proprio vissuto.
L’immagine speculare è “esteriore a colui che la percepisce”. Veder-si non è sentir-si. L’esperienza dello specchio è il problema di
questa differenza che attraversa il soggetto incrociando sentire e vedere sul
bordo della sua identità»[10].
Nell’immagine speculare di me stesso, «io sono”laggiù” dove non mi sento, e mi
sento “qui” dove non mi vedo»[11].
È lo stesso Merleau-Ponty a riprendere e a illustrare la teoria lacaniana
dello stadio dello specchio: «Jacques Lacan parte dalla stessa osservazione di
Wallon, la giubilazione del bambino che guarda se stesso muovendosi nello
specchio. […] Il dottor Lacan risponde, che quando il bambino si guarda allo
specchio e vi riconosce la sua immagine, si tratta di una identificazione, nel
senso dato a questa parola dagli psicoanalisti, cioè della “trasformazione
prodotta nel soggetto quando opera un’assunzione”. Riconoscere la sua immagine
nello specchio significa per il bambino imparare che può esserci uno spettacolo di se stesso. […] Con l’acquisizione
dell’immagine speculare il bambino si accorge di essere visibile sia per sé che
per gli altri. […] Io vengo “captato”, per usare il termine di Lacan, da parte
della mia immagine spaziale. […] Per gli psicoanalisti, il visuale non è
semplicemente un tipo di sensorialità. La
vista è il senso dello spettacolo, ed è anche il senso dell’immaginario».[12]
Per Merleau-Ponty, il vedere non è solamente un modo sensoriale o una Gestalt percettiva. La visione mostra il
carattere strutturante dell’immaginario, per cui il corpo stesso è fatto dalla
sua immagine: “la carne è fenomeno di specchio”, dirà più volte.[13]
La riflessività dello specchio è il modello del vedersi fuori in immagine, cosa
tra le cose. Ma qui lo specchio non è semplicemente l’oggetto che ha una
superficie riflettente, né l’oggetto che permette l’evoluzione o la
psicopatologia dell’io; è invece, un modello simbolico, una soglia a partire
dalla quale il soggetto esperisce la propria esposizione al mondo, la propria
esteriorità. Lo specchio come modello, simbolo, soglia è stato un leit-motiv della ricerca psicoanalitica
sul rapporto madre-bambino: processi di rispecchiamento, risonanza, imitazione,
sintonizzazione; fino al punto di ipotizzare in analogia allo stadio dello
specchio, uno “stadio del respiro-voce”.[14]
In effetti, al di là dello specchio come oggetto, la specularità dell’immagine
o della voce-respiro è ciò che permette l’apertura all’altro, è il “tra” di ciò
che è privato e di ciò che è comune. L’enigmaticità della situazione
sta già tutta nella frase “io sono… quello”, dove “quello” può indicare: la
propria immagine riflessa, l’altro, un personaggio, una storia, un mito, un oggetto…
nel quale mi riconosco e/o mi identifico. L’identità si struttura a partire dalle identificazioni. Ed è proprio su
questo aspetto che Lacan ha insistito con maggiore evidenza. L’Io si formerebbe
nella fascinazione dell’immagine speculare. La condizione frammentaria del
corpo (io sentito) viene sostituita dall’identificazione nello spettacolo
visivo di sé. Propriocettivamente il corpo è percepito come “in frammenti”.
Questa frammentazione trova poi un suo ordine «riflettendo le forme del corpo,
le quali, in un certo senso, forniscono il modello di tutti gli oggetti».[15]
La ricomposizione in un ordine delle forme del corpo sosterrà poi le
identificazioni affettive. Se l’Io si costituisce a partire da un processo di
identificazioni, allora l’identità è sempre in fondo immaginaria. Ma cosa vuol
dire “identità immaginaria”? Nello sviluppo del bambino, la predominanza delle
funzioni visive,[16] in
questa fase, fa sì che la forma più intuitiva dell’unità del soggetto sia
costituita dall’immagine speculare. «È
questa “precedenza” del visto sul vissuto a determinare la natura immaginaria
dell’identità dell’io»[17].
La sola vista della forma totale del corpo dà al soggetto una padronanza
immaginaria del proprio corpo, prematura rispetto alla padronanza reale.[18] Lo stadio dello specchio in quanto emblema dell’identificazione, si
presenta quindi come “inganno” in cui il soggetto è preso nell’immagine e
quindi nello spettacolo di sé. Il mondo stesso diventerà lo specchio dentro cui
continuerà a farsi catturare, a identificarsi. Ma se lo specchio-mondo è
inganno, lo è perché esso è insieme inganno e unico luogo di possibile verità,
di strutturazione e di incontro con l’altro.[19]
Là dove non si cede a questo inganno emerge la posizione psicotica. Lo sguardo non è il vedere dell’occhio.
La relazione speculare dello “stadio dello specchio” non suppone però una
differenza tra visione e sguardo, «tra visione come funzione dell’organo della
vista, e lo sguardo, suo oggetto immanente, dove si inscrive il desiderio del
soggetto, e che non è organo, né funzione di alcuna biologia».[20]
Ma dall’incontro con il testo di Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, Lacan ha l’opportunità di rivedere la
sua teoria proprio alla luce di quella distinzione. Occhio e sguardo non coincidono. L’eccedenza dello sguardo rivela che
l’occhio da solo non vede, vede perché ha un inconscio. Potremmo dire che
l’occhio vede a partire dalla propria cecità. Così come il “punto cieco” (ciò
che fa macchia) sul fondo della retina, permette la visione perché in quel punto
si raccolgono le fibre nervose dei coni e bastoncelli che si uniscono a formare
il nervo ottico. La coscienza stessa si costituisce intorno a un punto cieco,
come qualcosa che circonda: «Ciò che essa non vede, non lo vede per ragioni di principio, non lo vede perché è
coscienza. Ciò che essa non vede è ciò che prepara la visione del resto (come
la retina è cieca nel punto in cui si diffondono in essa le fibre che
permetteranno la visione). Ciò che essa non vede è ciò che fa sì che essa veda
[…]. È inevitabile che la coscienza sia mistificata, rovesciata, indiretta, per
principio essa vede le cose per l’altro verso, per principio misconosce
l’Essere e gli preferisce l’oggetto»[21].
La fenomenologia della visione è un rifiuto dell’evidenza visuale, del dato percettivo:
bisogna chiudere gli occhi per vedere. La voce non è parola. La voce sta alla
parola come lo sguardo sta all’immagine C’è schisi tra occhio e sguardo, c’è schisi tra organi fonatori e voce,
ma anche tra udito e voce. In questo senso la voce non appartiene propriamente
al registro sonoro così come lo sguardo non appartiene al registro visivo
dell’occhio. Se la parola ha a che fare con il significato, la comunicazione,
il senso; la voce rimanda a tutto ciò che del significante non contribuisce all’effetto
di significare, a ciò che nella comunicazione rimane come scarto, resto: «la
voce nel senso di Lacan, non solo non è la parola, ma neppure c’entra con il
parlare».[22] Non è
riducibile neppure alle qualità paralinguistiche: l’intonazione, il ritmo,
l’ampiezza, l’intensità, … «Quel che parla nell’uomo va ben aldilà della parola fino a penetrare i
suoi sogni, il suo essere e il suo organismo stesso».[23]
Potremmo dire che prima di ogni significato, nella voce si cela una domanda, un
desiderio: così, in ogni dire si nasconde un imperativo: “Ascoltami!” e in
questo si cela un altro appello: “Guardami! Parlami!”, e dentro questo un
altro: “Toccami! Prendimi!”. La voce non è uno strumento del linguaggio, essa lo abita, lo genera; non
è riducibile, quindi, né alla parola né al linguaggio, è un prius indifferenziato, un significante
puro non ancora articolato: «La voce è una pulsione che tende ad articolarsi, ma che nell’articolazione medesima si annulla in quanto “pura
potenzialità”, generando la parola differenziata e significante. La voce si
confonde con il ronzante turbinìo delle pulsazioni corporee, che sfuggono alla
coscienza perché la precedono».[24]
La voce è l’invisibile, l’inudibile, l’indicibile che deve rivestirsi della
parola e del linguaggio per farsi ascoltare. In sé stessa la voce è solo «cenno-a, richiamo-da, attrazione-verso,
è segno dell’apertura di una presenza all’esterno (allo spazio, nella storia)».[25] In tale prospettiva, la voce non è strumento espressivo (o facoltà del
soggetto) ma condizione per il soggetto. «Questa posizione è analoga, in
qualche modo, a quanto intendevano i filosofi medievali, quando rinvenivano
nella voce non già la presenza o la affermazione di un significato quanto la indicazione di una significazione, vale a dire il flatus come soffio del senso;
indicazione del fatto che l’essere “avviene” nel linguaggio, “accade” al
linguaggio, così come il linguaggio è un aver-luogo dell’evento-di-significazione. C’è una esperienza di pensiero che non
perviene ancora al significato e non rimanda ad una cosa fuori di sé, a un
referente extralinguistico, ma ha luogo nella “sola voce”: si tratterebbe di
una attività di pensiero che ha sede
nella voce e avviene tramite la voce (cogitatio
secundum vocem solam)»[26]
Ancora una volta, la testimonianza artistica di Carmelo Bene fa emergere
con la sua phoné un mondo di materie
sensoriali, di superfici fluide, di sensibilità diffusa, non riconducibili a
categorie psicologiche, emozionali ma semmai a quei vissuti inintenzionali che Husserl chiamava “mormorio” o
“farfugliamento”: il mondo come rumore
sensoriale. Per Bene anche il vedere è sempre un ascoltare. Saper ascoltare
vuol dire discernere nel discorso, nella lingua, nei corpi, nella scrittura,
nelle immagini, una musicalità, una ulteriorità fonica. Ma è necessario un
“terzo orecchio”, si tratta di un ascolto particolare che la psicoanalisi
definisce come “l’interpretazione dell’inconscio a partire dall’inconscio”. Non
v’è espressione, tutto passa da un dentro a un dentro. L’inconscio parla e lo fa
essenzialmente attraverso la voce, non ancora linguaggio, comunicazione, ma
nuda espressione pulsionale. Lo sguardo e la voce come oggetti
pulsionali Alla serie degli oggetti pulsionali descritti dalla teoria analitica: le
feci, il seno, il fallo, il flusso urinario, Lacan aggiunge la voce, lo
sguardo, il niente.[27] Già in Freud il guardare-vedere ha carattere
di pulsione.[28] Nel
testo Pulsioni e loro destini, pone
il problema della “pulsione di guardare” in rapporto alle perversioni del
voyeurismo e dell’esibizionismo. L’osservazione clinica dei fenomeni psicotici ha indotto
Lacan a parlare dello sguardo e della voce allo stesso modo degli altri oggetti
pulsionali, poiché in tali esperienze lo sguardo e la voce si danno come
“separati” dal soggetto: nel delirio di essere osservati, lo sguardo diventa
una presenza separata ed esterna che perseguita, minaccia, incombe sul
soggetto; nell’allucinazione lo sguardo si reifica, si esteriorizza, prende
corpo. Allo stesso modo, dai fenomeni dell’automatismo mentale, Lacan ha
estratto l’oggetto vocale. «In questi fenomeni si parla di voci, quando queste
voci sono completamente immateriali e tuttavia sono per il soggetto
assolutamente reali».[29]
C’è qualcosa che non è riconosciuto come proprio, non può essere assunto dal soggetto
«passa nel reale e viene assegnato all’altro. La voce appare nella sua
dimensione d’oggetto quando è la voce dell’altro»[30].
La voce si separa da me, come se fosse un oggetto, uno scarto, come urina o
feci, e mi ritorna da fuori come voce o immagine dell’altro. Le cose che vedo mi guardano. Nella teoria lacaniana lo sguardo come oggetto pulsionale, distinto dalla
funzione percettiva di vedere, prende il posto della prima formulazione della
fase dello specchio. Tale revisione parte dalle scoperte di Merleau-Ponty della
reversibilità e dalle riflessioni di Sartre sullo sguardo contenute in L’essere e il nulla. Da Sartre viene
l’idea che guardare implica l’essere guardato e questo mi pone come oggetto
dello sguardo del mondo, mi fa sentire esposto, gettato in una esteriorità, in
un fuori. Inoltre, si trovano in questo testo molti esempi di uno sguardo che
non è degli occhi, del vedere. «Senza dubbio, ciò che manifesta più
spesso uno sguardo è la convergenza verso di me di due globi oculari. Ma
uno sguardo può anche essere dato da un fruscìo di rami, da un rumore di passi
seguiti da silenzio, dallo sbattere di un’imposta, dal leggero movimento di una
tenda. Durante un assalto, gli uomini che strisciano nei cespugli, sentono come
sguardo da evitare, non due occhi ma
un’intera fattoria che si staglia bianca contro il cielo, in cima alla collina.
[…] L’essere-guardato non può dunque dipendere
dall’oggetto che manifesta lo sguardo […]. Se dunque l’essere-guardato, assunto
nella sua purezza, non è legato al corpo
altrui, bisogna considerare l’apparizione di certi oggetti nel campo
dell’esperienza, […] come un puro avvertimento,
come la semplice occasione di realizzare il mio essere-guardato. Insomma, è certo che io sono guardato, è invece solamente probabile che lo sguardo sia
legato a questa o quell’altra presenza intra-mondana. In ciò non c’è niente di
sorprendente, perché, come abbiamo visto, non ci sono mai degli occhi che ci guardano: è l’altro come soggetto»[31]
o come oggetto. Abbiamo visto come per Merleau-Ponty, la reciprocità del vedere e
dell’essere guardato, costituisce il proprium
della condizione umana e situa il soggetto fuori, alla stregua di un oggetto
del mondo, ma allo stesso tempo fa sì che possa sentire le cose del mondo fatte
della stessa stoffa, della stessa sua carne; lo situa «al di là dell’orizzonte,
al di qua della sua pelle».[32]
Baudelaire era stato il primo a intravedere tale posizione della
soggettività: il poeta non è colui che pensa, sente e racconta un mondo
oggettivo e visibile (posto davanti a lui), sono le cose che pensano e sentono
dentro il soggetto. L’esterno si è intrufolato nel cuore del soggetto,
costituendo una “intima estraneità” (Lacan ha parlato di estimità[33]).
E dal lato opposto possiamo trovare una soggettività che, dispersa nelle cose,
fusa in esse, esterna a sé stessa, realizza una estraneità prossima al mondo
(per Heidegger ek-stasis). Comunque,
tra io e cose, tra io e mondo non vige più un rapporto di conoscenza, di
possesso, di identificazione, bensì di en-être.
L’artista moderno si è fatto carico di questa ambiguità testimoniando
l’in-forme, l’in-visibile, l’in-dicibile e l’in-significabile. Ora il soggetto
sembra inevitabilmente chiamato a misurarsi con l’esteriorità intima a sé
stesso. Rilke ha parlato di uno “spazio interiore del mondo” (Weltinnenraum): «Un solo spazio compenetra ogni essere:/ spazio interiore del mondo.
Uccelli taciti / ci attraversano. Oh, io che voglio crescere, / guardo fuori e in me ecco cresce l’albero».[34]
Solo nel fuori il soggetto riconosce il suo spazio interiore. Questo paradosso
è stato più volte sottolineato da Merleau-Ponty. La coscienza è, per principio,
mistificata: l’alienazione è già inscritta nell’esser-ne, nella reversibilità, nella specularità dell’Essere, nel
narcisismo della visione. Noi siamo già sempre “fuori di noi” prima di ogni
specchio, ed è solo per questo che ci
possiamo vedere nello specchio.[35] L’occhio che non sogna non vede. Guardare, quindi, non è come vedere una cosa posta lì davanti, di fronte
a me. Lo sguardo vede in quanto visto e in quanto multisensoriale[36].
Per Proust desidero una donna in quanto in lei desidero il paesaggio che vi
scorgo, desidero non lei ma il paesaggio che vedo in lei. La rêverie è la condizione del vedere. Lo
sguardo non è vedere oggetti, ma interrogare le cose, come interlocutori. È
questo lo sguardo dei poeti, dei pittori. La cosa che guardo mi guarda e mi
parla. La storia dell’arte ci fornisce un esempio illuminante della particolare
posizione del soggetto guardante che viene ad occupare il posto del “guardato”:
è la prospettiva rovesciata nella
pittura bizantina delle icone. Altri esempi della reversibilità dello sguardo, possono essere Las Meninas, di Velasquez, o Ritratto dei coniugi Arnolfini, di Jan
van Eyck, che mostrano l’implicazione del soggetto vedente nel veduto, nel
quadro; in questi casi abbiamo l’impressione di non essere noi a guardare il
quadro ma di essere guardati dallo sguardo del pittore, al di là della cornice,
e di far parte del quadro. Nell’arte cinematografica è davvero paradigmatica la pellicola di Samuel
Beckett, Film, dove il protagonista,
Buster Keaton, cerca in ogni modo di sottrarsi allo sguardo del mondo, delle
cose; o si vedano i film di David Lynch, in particolare Strade perdute, dove lo sguardo dell’Altro diventa onnipresente e
onnipotente. È ancora Baudelaire a indicare chiaramente che lo sguardo non è del soggetto ma lo abita, pensa in lui.
«Della visione si deve dunque dire che, in essa, le cose che vedo pensano in me. La visione, il vedere e il visibile
sono quella dimensione di esperienza e
di pensiero al di là della rappresentazione che Baudelaire (nel terzo dei Petites poémes en prose) chiama “rêverie” (né sogno né veglia): “tutte
queste cose pensano attraverso me o io penso attraverso esse (poiché nella grandezza
della rêverie, l’io rapidamente si
dissolve); esse pensano, dico, ma
musicalmente e pittoricamente, senza arguzie, senza sillogismi, senza
deduzioni”. Qui il visibile pensa, è pensiero; e lo è in un rovesciamento dello
sguardo che ne costituisce La
natura è un tempio ove pilastri viventi Lasciano
sfuggire a tratti confuse parole; l’uomo
vi attraversa foreste di simboli, che
l’osservano con sguardi familiari. Non è l’uomo che guarda la natura e che decifra i suoi simboli. L’uomo,
nel mondo, è un passante già da sempre atteso da sguardi preesistenti. Al di là
del sipario e dell’apparenza non c’è la cosa in sé, ma lo sguardo. Non
l’opposizione [la frontalità], ma la reversibilità caratterizza l’essere. È la
natura che guarda l’uomo “familiarmente”; ed è in questo spazio ontologico che
si danno simbolismi non-convenzionali e un diverso
pensiero (musicale, pittorico)».[37]
D’altronde, i fenomeni di sguardo (il
sogno, l’allucinazione, la visione mistica, lo sguardo delle cose, lo specchio)[38]
testimoniano la differenza tra il vedere dell’occhio e lo sguardo della rêverie. Allucinazioni: udire la voce, vedere lo sguardo. Lo sguardo e la voce hanno quindi un grande potere sull’io, come nel mito
di Narciso: lo catturano, lo imprigionano, lo fissano, lo modellano,
l’alienano. Ma è proprio nella reversibilità dello sguardo/voce che si fonda
l’intersoggettività, la presenza dell’altro riconosciuto come parte di me, del
mio mondo, l’en-être di Merleau-Ponty
è l’abitare questo spazio tra il
dentro e il fuori, tra il me-immagine
e il me-vissuto corporeo, tra la voce
e Là dove non si riconosce nell’immagine del simile se stesso, questa
immagine ritorna come totalmente altro. Altro persecutorio oppure Altro
fascinatorio. È necessario ricorrere all’immagine del simile, dell’altro come
supporto di identificazioni, per mantenersi nel “tra”. Nella psicosi invece troviamo l’orrore della propria esposizione,
dell’essere cosa del mondo. Abbiamo visto come Narciso si perda proprio perché
non vede l’altro come sé. La sua follia è un vedersi fuori di sé, senza
ri-conoscersi nella propria esteriorità ed esposizione. La psicosi non sarà
comprensibile se non in rapporto a questa cancellazione dell’immagine di sé che
ritorna come esteriorità radicale, aliena. Quello dello psicotico è un guardare
senza compromessi, senza reversibilità, senza identificazione immaginaria.
Guardare direttamente come se l’invisibile potesse diventare un mero visibile,
è follia. Orfeo, Psiche, Medusa, Atteone mostrano, nel mito, quali catastrofi
comporti tale follia. Il vedere richiede discrezione e distanza. È necessario
mantenere il velo perché qualcosa della verità possa apparire. Non si può
lacerarlo in base alla presunzione di una pienezza di un dietro che diverrebbe
esso stesso visibile. Una coscienza certa di sé non ammette alterità,
differenza, scarto, è una coscienza indivisa. L’angoscia e l’orrore dello
psicotico derivano dal fatto che non riconoscendosi, vede nel visibile
l’in-visibile, nella figura l’in-forme.[39]
L’immagine gli ritorna dal fuori come Altro persecutorio. Nell’allucinazione
c’è la cancellazione dell’occhio da parte dello sguardo dell’Altro, dello
sguardo del mondo. Lo sguardo del mondo può catturare il mio stesso sguardo e
accecarmi. Lo sguardo delle cose, eliso dalla rappresentazione, erra per il
mondo. Questo sguardo erratico è il segreto del mondo ma anche la minaccia. È
il segreto in quanto custodisce la verità delle mute corrispondenze; ma è
minaccia in quanto può diventare sguardo onnipresente e onnipotente,
persecutorio, che mi rende oggetto esposto, nudo. Lo specchio e lo sguardo mostrano qui una “verità ultima, inaccessibile
agli altri umani, forse perché incompatibile con l’inganno che ci permette di
vivere”. Di fronte a questa posizione, la sola possibilità è di offrire al
soggetto un “supporto” riflessivo (rispecchiamento, risonanza,
sintonizzazione), rendendo così figurabile un “visto” che possa separarsi dal
“vedente”, creando delle differenze, delle divisioni, degli scarti: spaziali
(punti di vista), temporali (tempo reale/differito), visivi (cromatici,
stilistici), narrativi (montaggio). Nella psicosi lo sguardo vede il “senza
forma di se stesso”, si tratta di dargli una immagine, una forma, una fodera,
una veste. Se non prendiamo in considerazione questo fondamentale rovesciamento di
prospettiva, le allucinazioni rimangono del tutto incomprensibili. Se non si
opera il rovesciamento perceptumàpercipiens, davanti all’allucinato continueremo a cercare
di fargli rendere ragione di quelle “errate” percezioni: “quello che lei vede
io non lo vedo; le voci che lei sente nessun altro le sente”; in tal caso
l’esame clinico si risolve a dover capire dov’è l’errore del soggetto, del percipiens. Come se si trattasse di un
errore! E un errore di percezione! Invece, la clinica delle allucinazioni ci
insegna che ciò che è in primo piano non è il percipiens ma il perceptum.
Il percepito ha il potere di costituire il soggetto percipiente, in quanto
nella percezione (umana) non si tratta tanto dell’occhio, ma dello sguardo: la
percezione è campo dello sguardo, campo del desiderio, campo della pulsione.
Senza desiderio, cioè mancanza, non ci sarebbe percezione.[40] A proposito delle allucinazioni uditive, Corrado Bologna fa notare come
«là dove l’Io perde la Voce,
smarrendo quindi il contatto con il suo corpo, è la Voce a riappropriarsi di
quel corpo svuotato. Non è più “voce della coscienza”, e torna invece a
risuonare come voce di morte». Il malato che “sente le voci” tenterà di
sottrarsi al loro assalto fonico, ma «l’Altro non parla a parole, come le
persone, non basta turarsi le orecchie per farlo tacere; la voce/le voci
dell’Altro sono “ordini”, sono qualcosa che “accade” irresistibilmente. A quel
punto, “l’Altro è il regno
dell’ostile di cui il paziente è schiavo, servo di un potere che l0 minaccia da
tutte le parti. Le voci che si rivolgono a lui lo hanno isolato, lo hanno
separato da tutti gli altri”. D’autorità, la Voce giudica, e assolve o condanna
[…]. La Voce “viene”, insorge senza che la coscienza voglia, o chiami: è la
coscienza a venir chiamata e formata nella risonanza».[41]
Per lo psicotico le percezioni dello sguardo e della voce
nell’allucinazione, sono reali, ma non evidenti: non si può dubitarne anche se
nessuno può filmarne o fotografarne l’immagine o registrarne la voce; non è la
loro materialità percettiva (visibile-dall’occhio e udibile-dall’udito) che
viene affermata e ribadita, ma appunto quella “fenomenologica” delle cose
stesse: lo sguardo e la voce in quanto tali. Bibliografia Agamben G., Il linguaggio e la
morte, Einaudi, Torino, 1982. Barthes, L’ovvio e l’ottuso,
Einaudi, Torino, 2001. Barthes, La camera chiara,
Einaudi, Torino, 2003. Baudelaire
C., I fiori del male, Feltrinelli,
Milano, 1983. Bene C., Opere, Bompiani,
Milano, 2002 Bologna C., Flatus vocis.
Metafisica e antropologia della voce, Il Mulino, Bologna, 1992. Bottiroli G., “Narciso senza
specchio. Un esercizio di tri-logica”, La
psicoanalisi, n. 36, Astrolabio, Roma, 2004 Gambazzi P., L’occhio e il suo
inconscio, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999. Grande M., La riscossa di Lucifero,
Bulzoni Editore, Roma, 1985. Lacan J., “Conferenze sull’etica della psicoanalisi“, La Psicoanalisi, n. 16, Astrolabio,
Roma, 1994. Lacan J., “Maurice Merleau-Ponty”, Aut-Aut, n. 232-233, 1989. Lacan
J., I complessi familiari nella
formazione dell’individuo, Enaudi, Torino, 2005. Lacan J., Il seminario. Libro I,
Einaudi, Torino, 1978 Lacan J., Il seminario. Libro XI,
Einaudi, Torino, 2003. Lacan
J., Scritti, Einaudi, Torino, 1974. Merleau Ponty M., Linguaggio Storia
Natura, Bompiani, Milano, 1995. Merleau-Ponty M., Fenomenologia
della percezione, Bompiani, Milano, 2003 Merleau-Ponty M., Il visibile e
l’invisibile, Bompiani, Milano, 1993 Merleau-Ponty M., L’occhio e lo
spirito, SE, Milano, 1989. Merleau-Ponty M., Il bambino e gli
altri, Armando, Roma, 1971. Miller J. A., “Dall’immagine allo sguardo” La psicoanalisi, n. 40, Astrolabio, Roma, 2006. Miller J. A., “Jacques Lacan e la voce”, Agalma, 1988. Miller
J. A., “La teoria del partner”, La
Psicoanalisi, n. 34, Astrolabio, Roma, 2003. Rilke R. M., Quasi ogni cosa…,
in Poesie, vol. II,
Einaudi-Gallimard, Torino, 1995 Sartre J. P., L’essere e il nulla,
Il Saggiatore, Milano, 1997. [1] Il punto di vista strutturale porta a
ridimensionare i problemi di genesi, storia soggettiva, sviluppo temporale,
cronologia. [2] Fenomenologia e psicoanalisi si incontrano
in quanto “filosofie della carne” che cercano di dare conto del problema
dell’incarnazione del soggetto. L’incarnazione: come si diventa soggetti, come
si diventa un io-corpo; questo sembra il profondo mistero dell’essere umano,
non tanto quello della “divisione” che appare invece condizione costitutiva.
Difatti anche in chiave teologica, il mistero dell’incarnazione è ammantato da
un velo ben più spesso di quello che riveste la resurrezione, cioè la divisione
dell’anima dal corpo. [3] L’arte ha a che fare con le cose
stesse, lo strato bruto, primigenio, con le intelaiature dell’Essere, con le
strutture elementari pre-concettuali, pre-rappresentative, pre-psicologiche,
pre-soggettive. La musica ha a che fare con flussi/riflussi, crescita,
esplosioni, vortici… La pittura con luce, colore, materialità… prima ancora che
con rappresentazioni, significati, narrazioni. [4] Merleau-Ponty, 1989, p. 18. [5] Merleau-Ponty, 1989, pp. 19-20. [6] Bene, 2002, pp. 1015,
1021. [7] Merleau-Ponty, 1989, pp. 18-19. [8] Bologna, 1992, p. 66. [9] Bottiroli, 2004, p. 95. [10] Gambazzi, 1999, p. 75. [11] Ivi, p. 78. [12] Merleau-Ponty, 1971, pp.117-121. [13] Vedi ad esempio, Merleau-Ponty, 1971, pp. 107, 114-117. [14] Sempre in ambito psicoanalitico, le ricerche
di Abraham, Klein, Winnicott, Stern, Anzieu, hanno illuminato la funzione
dell’asse orale-fonico-auditivo, a partire dalla primissima infanzia. Qui i
processi di rispecchiamento madre-bambino attraverso la voce costituiscono lo
scheletro intorno a cui si organizza lo sviluppo psico-somatico del bambino. E
così come Lacan ha parlato uno “stadio dello specchio” a partire dai processi
di auto-riconoscimento visivo, più recentemente [15] Lacan, 2005, pp.
40 s. [16] C’è da chiedersi cosa ne sarebbe di tale
processo di costituzione dell’io in una cultura in cui il primato non sia della
vista, ma, ad esempio, del tatto o dell’udito (come ha mostrato la teoria
antropologica dei Sensotipi). [17] Gambazzi, 1999, p. 85 [18] Ibidem [19] Co-appartenenza dell’essere e dell’apparire,
del me e del non-me. [20] Miller, 1988, p. 51 [21] Merleau-Ponty, 1993, p. 260. [22] Miller, 1988, p. 54. [23] Lacan, 1978, p. 321. [24] Bologna, 1992, p. 24 [25] Ivi, p. 35.
«Solo quando la Voce si abolisce e si conserva nella differenza, – continua
Bologna – nasce l’uomo come soggetto
di un discorso, […] che “fa eco” ma insieme “fa cenno”. Riconoscere la radicale
specularità di questi due movimenti significa individuare i confini
dell’interiorità, e segnalare la frattura, la barra invisibile che distingue,
identificandole, Voce e Parola» (ivi,
p.76). [26] Grande, 1985, p. 185; (v. anche, pp.
189-193). Secondo Agamben tale formula risale al monaco medievale Gaunilone,
secondo il quale ci sarebbe una forma di pensiero che pensa il significato
della voce udita «come viene pensato da chi non ne conosce il significato e pensa
soltanto secondo il movimento dell’animo che cerca di rappresentarsi l’effetto
della voce udita e il significato della voce percepita» (1982, p. 47). Particolarmente interessante in questa formulazione è la forma di
pensiero pre-concettuale che “pensa soltanto secondo il movimento dell’animo”
sotto l’effetto della voce udita prima che questa venga rappresentata in
parole, significati. Esisterebbe un pensiero del “soffio-della-voce”, un
pensiero dell’essere non ancora articolato in lingua, in porzioni di
significato, in identità semantiche singolari, di cui suono e voce sarebbero
supporti. [27] Scritti, p. 821.
Cfr. anche Lacan, 2003, pp. 187-194; e Miller, 2003, p. 55. [28] Il termine freudiano Trieb
non è riducibile al nome di “istinto”, il termine “pulsione” caratterizza, in
modo del tutto particolare, la “spinta” che si distingue dalla funzione
organica da essa abitata. [29] Miller,1988, p. 53. [30] Ivi, p. 57. Gli
oggetti pulsionali si caratterizzano non per la lotro materialità, ma per il
fatto che possono uscire da una cavità e darsi come scarto, resto, che espulso
diventa cosa del mondo che può presentarsi come “altro”. Ciò che rimane della
sua origine è la zona da cui è venuto fuori, cavità, buco: ano, genitali,
bocca, orbite oculari. «Come orale, anale, scopico, vocale, gli oggetti stanno
intorno a un vuoto, e per questo lo incarnano ciascuno in modo diverso» (ivi, p. 52). Per questo motivo ogni buco
può generare un oggetto pulsionale. [31] Sartre. 1997, pp. 304, 324. [32] Merleau-Ponty, 1993, p. 164. [33] L’inconscio non è il luogo più interno della
psiche, la nicchia inviolabile dell’interiorità; al contrario, è il luogo più
esterno. Nell’inconscio il soggetto è esteriore a se stesso; è il luogo in cui
non può coincidere con se stesso. Estimità
è la più intima eccedenza: «quell'estremo dell'intimo che è al tempo stesso
internità esclusa» (Lacan, 1994, p. 21). [34] Rilke, 1995, p. 237. [35] Lo stesso Lacan (2003), parla di una visibilità
primordiale e originaria che è al di qua dello stadio dello specchio: «c’è già
nel mondo qualcosa che guarda prima che ci sia una vista per vederlo» (p. 277). [36] L’occhio non solo vede, ma tocca, palpa, ascolta il
visibile. «Come luogo di significanza, lo sguardo provoca una sinestesia, una
indivisione dei sensi (psicologici), […] tutti i sensi possono dunque
“guardare”, e, inversamente, lo sguardo può sentire, ascoltare, tastare, ecc. »
(Barthes, 2001, pp. 302-3) [37] Gambazzi, 1999, p. 178. [38] Miller (2006, p. 15) aggiunge: il fantasma, il narcisismo,
la castrazione, il feticcio, la clinica delle immagini (fobia, allucinazione,
perversione – esibizionismo, voyeurismo). [39] Vedi Barthes, 2003, p. 96. [40] Vedi Miller, 2006, p. 25. Vedi anche Barthes, 2003, p. 41. [41] Bologna, 1992, p. 52. |
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