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PENSARE PER IMMAGINI Arti Terapie e immagini mentali
pubblicato in Arti Terapie, n. 4, anno I, 1995.
Si propongono qui alcune considerazioni, a partire dai recenti studi sulle immagini mentali, in vista di una possibile teoria generale delle Arti Terapie. Il nesso tra corpo, immagine mentale e linguaggio è esplorato nel tentativo di dare conto del farsi dell’esperienza e della possibilità del cambiamento.
1. L’esperienza come rappresentazione Immaginate di avere davanti un bicchiere d’acqua a metà. Tale percezione di per sé non sarebbe ancora un’esperienza. Le informazioni visive acquistano “senso” solo in quanto ho l’immagine interna di un bicchiere “riempito” a metà o “vuoto” per metà. Così, l’esperienza dello spazio, del tempo, del mio corpo, è possibile solo attraverso una “rappresentazione”, che è a un tempo, personale e culturale. In senso filosofico i “dati grezzi” (afferenze sensoriali) sarebbero non-cose (significanti, cosa-in-sé, realtà originaria). È una “rappresentazione” a farne cose dotate di significato, con valenza affettiva e cognitiva. L’esperienza[1] è il mondo interno come rappresentazione di pensiero, azione, sensazioni, emozioni. Il linguaggio delle rappresentazioni mentali è ciò per cui l’essere nel mondo è costantemente un figurarsi il mondo. Il linguaggio delle rappresentazioni mentali può essere visto come mezzo fondamentale dell’esperienza. Istituendo l’equazione tra esperienza e linguaggio (Wittgenstein, Ricoeur), le implicazioni terapeutiche risultano evidenti: la ristrutturazione della soggettività passa attraverso l’estinzione di una “grammatica” e la ri-creazione di una nuova grammatica. L’efficacia delle Arti Terapie sembra consistere proprio nel fornire diverse occasioni di “metaforizzare”,[2] e quindi di significare, le sensazioni e le associazioni in un modo nuovo, fornendo così una nuova esperienza (rappresentazione) di sé nel mondo. In questo senso i diversi linguaggi (iconico, narrativo, corporeo, musicale) dell’arte rappresentano le possibilità di “intenzionare il mondo”, di dare corpo all’esperienza, di “rappresentarsi” a sé stessi e agli altri. Perciò quando si parla di arte si dovrebbe parlare del “farsi di esperienze”: dipingere, fare musica, danzare, fare versi, raccontare; ognuno di questi linguaggi offre possibilità diverse di fare esperienza di sé e del mondo. Se noi costruiamo la nostra esperienza del mondo attraverso linguaggi, allora è proprio attraverso i linguaggi che possiamo operare per il cambiamento, l’evoluzione o la guarigione. Il presupposto epistemologico di questa impostazione si richiama al Costruttivismo[3] e alle teorie della mente attiva secondo cui la mente non sarebbe soltanto produttrice di output ma anche di input, sarebbe la mente stessa dell’individuo a ricercare e costruire attivamente i propri dati sensoriali. «In tale contesto, consideriamo le immagini mentali come una modalità del processo di costruzione attiva della conoscenza, nell’ambito dei sistemi di rappresentazione interni dell’individuo» (Sacco, p.73). Una teoria che voglia tentare un approfondimento di una visione più integrata del mondo emozionale e del pensiero, dovrà porsi il problema dell’immaginazione come attività specifica della mente. Noi pensiamo che il mondo emozionale è caratterizzato da un proprio “pensiero” e questo deve essere un pensiero per immagini.[4] Il primo problema nell’affrontare la dimensione immaginativa è la confusione terminologica dei diversi processi; tentiamo qualche definizione. In particolare, l’immagine è una rappresentazione che dà origine all’esperienza del “vedere”, “udire”, “toccare”, “annusare”… in assenza di una stimolazione effettiva; l'immaginare è il processo di rappresentazione interna che coinvolge elementi cognitivi, componenti emozionali, e processi psicofisiologici; l’imagery è l'uso attivo delle immagini mentali. Immaginazione è la facoltà della mente di immaginare, di formare immagini mentali; così pure la fantasia definita come la facoltà di inventare o creare, associare in modo libero dati dell'esperienza e/o combinarli in modo da creare oggetti inesistenti. Ma come si può valutare questa ricca dimensione interna? Ci sono dei criteri per valutare l'imagery (modalità immaginativa) specifica di ogni persona, come ad esempio: la vividezza, il grado di controllabilità e di consapevolezza, il contenuto specifico.
2. Le immagini mentali Dagli inizi della psicologia moderna la sensazione e la percezione (in particolare quella visiva) sono state al centro della ricerca. Wundt prima, Kulpe e Titchener poi riconobbero alle immagini mentali un ruolo importante, insieme alle sensazioni, nella costituzione dell’esperienza. Galton fece il primo studio differenziale sulla modalità immaginativa. Successivamente gli studi si sono focalizzati sugli organi di senso. Ma il modo in cui l'informazione è rappresentata e processata nel cervello, è tuttora da indagare. Come vengono trasformati e usati i dati sensoriali nel processo del pensiero? Per tentare una risposta a questo problema si sono sviluppate recentemente due teorie: “proposizionalista” e “immaginista”. Secondo la prima le informazioni sono immagazzinate e rappresentate sotto forma di proposizioni: la conoscenza è immagazzinata in strutture profonde ed astratte che contengono informazioni sui significati, le relazioni, i concetti e le proprietà. La posizione immaginista insiste sul ruolo delle immagini mentali nei processi cognitivi. Tra le figure più importanti della posizione immaginista abbiamo R. N. Shepard, con i suoi esperimenti su come i soggetti “ruotano” mentalmente figure tridimensionali per confrontarle, e S. M. Kosslyn che ha dato vita a una vera e propria scienza cognitiva delle immagini mentali. Kosslyn agli inizi degli anni ‘80 avviò una serie di ricerche sulle immagini mentali che lo hanno portato ad alcune conclusioni interessanti: • rifiuto della metafora della fotografia secondo cui le immagini sono “figure nella testa” e copie della realtà esterna. La capacità di ruotare gli oggetti, di aggiungervi dettagli e modificarli a piacere, non ci consente di paragonare le immagini mentali a foto né a immagini video. Nessuno ha mai visto una giraffa con le ali, ma possiamo immaginarla. Un'immagine viene creata componendo parti diverse, non semplicemente proiettando su uno schermo una foto già pronta in archivio. Le nostre immagini non sono fisse, si muovono, si trasformano, si ricombinano; • la rappresentazione proposizionale si riferisce più a strutture profonde di significato che non a descrizioni verbali (come invece vorrebbero i proposizionalisti). Kosslyn riconosce che non è possibile assumere una posizione riduttiva: in certi casi può essere più opportuna una codifica proposizionale. Il ragionamento può essere svolto sia da processi che operano su immagini mentali sia da processi che operano su proposizioni verbali. I due processi non sono antagonisti, probabilmente funzionano parallelamente. Secondo la teoria del doppio codice di A. Paivio ci sarebbe sempre una duplice codifica: immaginativa e verbale. Nei due sistemi di codifica la rappresentazione avviene in modo diverso: • immaginativo: l'informazione è immagazzinata per “unità spaziali”; • verbale: immagazzinamento per “unità linguistiche” (e/o acustiche). Da questi studi deriva una ipotesi sulle differenze individuali secondo cui i soggetti si dividono grossomodo in “visualizzatori” e “verbalizzatori”.
3. Le immagini non sono propriamente “mentali” Secondo alcuni autori la percezione e l'immaginazione condividono essenzialmente le stesse vie neurologiche e, dunque, l'esperienza di immaginare un oggetto vuol dire porsi in uno stato psicofisiologico simile alla percezione reale di quell'oggetto o situazione. Studi recenti (Cfr. Sacco) hanno evidenziato come il processo di immaginazione si correli a cambiamenti somatici, in particolare: tensione muscolare, respiro, attività elettrica della pelle, pressione arteriosa e frequenza cardiaca, onde cerebrali, attività oculare (dilatazione pupillare, attività del cristallino). È quindi evidente come tecniche di visualizzazione (Meditazione, Training Autogeno, Fantasia guidata, ecc.) possano condizionare la fisiologia del corpo elicitando emozioni e risposte somatiche. Così come la percezione, l'immaginazione ha i suoi processi e i suoi tempi, la sua logica e i suoi luoghi. Può costituirsi addirittura come linguaggio articolato per rappresentare e produrre conoscenze. L’immagine non è un semplice contenuto ‘mentale’, ma un evento linguistico, con una sua sintassi e una semantica culturalmente modellate. L'immagine è concepita, già dai retori presocratici, come un mezzo linguistico per potenziare la memoria: “metodo dei loci”.[5] Ma cosa è in realtà questa facoltà che ci fa “vedere”, immaginare, fantasticare, figure e luoghi non presenti e/o non reali? Calvino ha suggerito che l'immaginazione può essere vista come un «repertorio del potenziale, dell'ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere. […] Attingere a questo golfo della molteplicità potenziale è indispensabile per ogni forma di conoscenza. La mente del poeta e in qualche momento decisivo la mente dello scienziato funzionano secondo un procedimento d'associazioni di immagini che è il sistema più veloce di collegare e scegliere tra le infinite forme del possibile e dell'impossibile» (p. 91).
4. Le immagini mentali non sono solo visive Einstein ebbe a dire una volta, in un colloquio con un suo amico: «Le parole o il linguaggio, così come sono detti o scritti, non sembrano avere alcun ruolo nel mio meccanismo di pensiero. Le entità fisiche che sembrano costituire gli elementi del pensiero sono certi segni e immagini, più o meno chiari, che possono essere “volontariamente” riprodotti e combinati. […] Questo gioco combinatorio sembra essere l'aspetto essenziale del pensiero produttivo - prima che si arrivi a una costruzione logica fatta di parole o di altri segni in grado di essere comunicati agli altri […]. Questi elementi sono, nel mio caso, di tipo visuale e in qualche modo muscolare. Le parole convenzionali o altri segni devono essere faticosamente cercati solo in un secondo stadio, quando il gioco associativo di cui ho parlato si è sufficientemente stabilizzato e può essere riprodotto a volontà, il gioco fatto con gli elementi che ho detto tende in qualche modo a essere in analogia con le nozioni logiche che uno va cercando» (in Simon, 1993, pp. 41-42). Se è fondato quanto sostengono Einstein e molti altri scienziati,[6] il pensiero e il ragionamento debbono essere qualcosa di molto diverso dalle sequenze di proposizioni e sillogismi che troviamo nei libri di logica. Se non sono logica che cosa sono? Non tutti i processi di pensiero e di memoria si svolgono secondo la stessa modalità; abbiamo visto come l'informazione può essere rappresentata nella mente in due modi distinti: uno figurativo, l'altro logico-proposizionale. Tuttavia è possibile pensare anche a modalità alternative.[7] Alcune funzioni mentali potrebbero benissimo essere specializzate per rappresentare qualità sonore, olfattive, cinestetiche o tattili in maniera non figurativa e nemmeno proposizionale. Avremmo così diverse modalità del pensiero: • proposizionale (linguistico-logico); • figurativo (immagini mentali visive); • sonoro (sequenze temporali, “immagini” acustiche)[8] ; • olfattivo (“immagini” olfattive); • tattile-somestesico (sensazioni e pattern propriocettivi); • cinestetico e temporale (movimento, cambiamenti, organizzazione temporale). Il diverso stile di rappresentazione interna, determina tratti personologici peculiari: ci sono soggetti elettivamente visivi oppure cinestetici, uditivi, propriocettivi. I diversi linguaggi dell’arte e, di conseguenza, le diverse tecniche delle Arti Terapie si riferiscono ai diversi modi del pensiero per immagini: iconico (pittura), sonoro (musica), cinestetico (danza, teatro). Tuttavia l’efficacia, tanto dei linguaggi artistici quanto delle tecniche di arteterapia, probabilmente non è riconducibile a una specifica modalità, ma alla capacità di evocare e coinvolgere un “sentire sinestesico”, integrato.[9] Il “pensiero narrativo”, infatti, sembra essere una sintesi del pensiero proposizionale e quello sensoriale o immaginativo.
4. La mente multimediale Appare evidente a questo punto che l’immaginazione è un modo ordinario del funzionamento del pensiero, osservabile nell’attività dell’artista, dello scienziato, ma pure nella vita quotidiana. Probabilmente tutto il pensiero poggia sulle immagini mentali. Anche se c'è una tendenza plurisecolare a ghettizzare l'immaginario nella zona dell'estetico e dell'artistico, è evidente che l'immaginazione non è una facoltà che si attiva in certi casi speciali. Anzi è la condizione della normale esperienza. In questo senso l’imagery può essere vista come una funzione inconscia di “trasformazione” di elementi grezzi (afferenze sensoriali) in esperienza, cioè in rappresentazione interna di emozione, pensiero, azione. L’esperienza, in quanto “rappresentazione interna”, può essere reificata (rappresentata esternamente) attraverso una trasformazione: un linguaggio (comunicazione verbale, corporea, figurativa, musicale, ecc.). L’Arte Terapia si propone come mezzo di trasformazione sia interna (metaforizzazione del vissuto) che esterna (espressione attraverso i linguaggi). Diamo un esempio di come può essere trasformato un vissuto in diverse esperienze linguistico-espressive. Trasformazioni delle IM in: • parole (oralità, scrittura); • rappresentazioni visive (pittura, istallazioni, fotografia, architettura); • azione (espressione corporea, movimento, danza, gesto); • suoni, musica (espressione vocale, canto, composizione musicale). È fondamentale trovare i giusti mezzi espressivi in cui incarnare le diverse “intenzioni”. Spesso la relazione tra realizzazione concreta e oggetto ideale interno, appare all'inizio provvisoria, posta per convenzione, per assumere poi un carattere di necessità in cui l'opera abita la sintesi. Le intenzioni arrivano, così, a una sintesi espressiva grazie a un processo di metaforizzazione.
6. La metafora è immagine mentale La metafora[10] ha una doppia funzione: incarna l’intenzione comunicativa, e funziona come dispositivo linguistico per indurre immagini mentali: IM--->Metafora, Metafora--->IM. In ogni caso si pone come termine in relazione all’immagine mentale (non necessariamente visiva). Il carattere “iconico” (sensoriale) specifica la metafora più delle altre figure retoriche. Nei versi di Montale: …com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia l’espressione metaforica consiste nel mostrare un’immagine: seguitare una muraglia… il discorso figurato conduce a un significato nuovo attraverso un accostamento.[11] Finora la semantica si è fermata «all’aspetto verbale dell’immaginazione, la psico-linguistica è in grado di superare questo limite e di aggiungere […] l’aspetto propriamente sensibile dell’immagine» (Ricoeur, p. 274). Ciò che ancora non è stato affrontato adeguatamente è il momento sensibile e iconico della metafora (IM--->Metafora). Con il momento iconico riemerge una certa concezione dell’immaginazione: una vera e propria teoria della significazione iconica. Il tratto essenziale del linguaggio poetico diventa la «fusione del senso con un flusso di immagini evocate o eccitate ed è questa fusione che costituisce la vera iconicità del senso, per le immagini […]; il linguaggio poetico consiste in questo gioco di linguaggio nel quale lo scopo della parola è di evocare, di suscitare delle immagini» (Ricoeur, pp. 277-278). In questo senso abbiamo: Metafora--->IM. Per questi motivi le metafore non vanno viste esclusivamente come espressioni verbali, in quanto il processo che è sottinteso alla stessa codifica linguistica, può essere ricondotto al pensiero per immagini. Spesso tali immagini sono sfumate, inconsce, involontarie. La considerazione della metafora come espressione verbale e, allo stesso tempo, come immagine mentale non è contaddittoria. La metafora può essere intesa come figura retorica (dominio della linguistica) o come modalità del pensiero (dominio della filosofia e della psicologia). Nella definizione aristotelica la metafora consiste nel “trasferire ad un oggetto (A) il nome che è proprio di un altro (B)”. E’ tuttavia necessario che un nuovo significato emerga da questa intersezione, un terzo termine (Z) che in realtà è un nuovo significato indipendente dalle proprietà dei singoli termini. In questa situazione si stabilisce un fluire di significati in cui non si ha un semplice e univoco trasferimento di proprietà da un termine all'altro: quando diciamo “il dente della montagna” la cima acquista alcune caratteristiche del dente, e il dente acquista caratteristiche proprie della cima. Perciò l'intersezione A-B ---> Z può essere a livello mentale una “condensazione” in senso freudiano (in una sola rappresentazione possono confluire diversi significati di una catena associativa). Questo terzo termine chiama in campo processi mentali specifici. Diversi filosofi e letterati si sono interessati alla metafora come processo di pensiero, ma è il filosofo G. Vico ad aver arricchito tale concezione insistendo sull’aspetto peculiare della metafora come modalità del pensiero. Da una rilettura di Vico la metafora appare come processo di pensiero, parallelo alle modalità logiche (la metafora non precede e non si oppone al concetto, semmai si dispone a fianco e al tempo stesso “abita” il concetto). Il pensiero logico proposizionale seguirebbe una codifica verbale; il pensiero metaforico una codifica per immagini.[12] La metafora intesa come modalità di pensiero: a) ha una funzione conoscitiva ed espressiva; b) è l'unico modo di esperire certi significati, quindi non artificio retorico, ma modalità necessaria per acquisire un certo tipo di conoscenza alla quale la logica lineare non ha accesso. È evidente come siano dipendenti i due modi di intendere la metafora: 1) come figura retorica (Aristotele), 2) come modalità del pensiero (Vico). Questi due modi fanno della metafora una “macchina linguistica” per indurre ed evocare immagini. In definitiva il linguaggio nella sua natura appare essenzialmente metaforico. Il linguaggio metaforico sarebbe alla base del linguaggio letterale. Le funzioni logico-proposizionali del linguaggio possono essere considerate secondarie e descrittive di relazioni ormai divenute convenzionali, ma non generatrici di nuove relazioni.[13] Inoltre questo pensiero per immagini orienta il pensiero produttivo e logico. A volte si avverte come una calda e piacevole sensazione di trovarsi sulla strada giusta, prima ancora di ogni pensiero razionale e di ogni constatazione di validità: il soggetto ricorda inconsciamente che in passato analoghe “sensazioni” lo hanno portato a risultati costruttivi. Processi di questo tipo sono stati largamente confermati da poeti, inventori, scienziati e filosofi. Ad esempio: Einstein scrisse che egli aveva una definita sensazione o visione circa la soluzione del problema e agiva in conseguenza per fornire la dimostrazione logica; Schopenhauer affermava di “percepire un’idea come un quadro”, Kekulé scoprì la formula del benzene avendo in sogno l’immagine di un serpente che si morde la coda; il poeta Keats sentiva il proprio corpo come scogli del mare, alberi scossi dal vento; Goethe e Schiller avevano immagini musicali sulle quali imbastivano le espressioni poetiche; Maxwell costruiva immagini mentali per rappresentare gli elementi di ogni problema come una “pittura privata”; Poincaré visualizzava le sue idee come elementi in movimento nella stanza; le esperienze di Jung nella forma di immagini e visioni e la loro importanza per la elaborazione di molti concetti, sono molto note. In effetti la “visualizzazione” ha svolto un ruolo molto importante nella fisica e nelle scienze in genere. L'importanza del pensiero per immagini apre un dominio in cui si incontrano arte e scienza.
7. Senzazione--->metafora--->vissuto Le immagini mentali non contribuiscono solamente alla costruzione del pensiero, ma dell’intera esperienza intesa come vissuto soggettivo integrato. Vediamo in che senso. Spesso si è parlato delle immagini e delle rappresentazioni come qualcosa di “mentale”; tuttavia le immagini non sono concepibili senza un corpo, esse non sono un “contenuto mentale” ma un evento psicofisiologico integrato. In effetti l'immagine non va vista come un contenuto elementare e isolabile della coscienza, piuttosto è un certo tipo di coscienza; l'immagine è un atto, un processo integrato non una cosa (cfr. Sartre). Ovviamente per “corpo” si intende non il corpo anatomico, ma il vissuto corporeo, cioè il mio corpo come io lo sento. Allora ogni vissuto soggettivo sembra originarsi dal “corpo”: sensazioni, percezione, emozioni, immagini.[14] Da Platone a Kant alla dottrina buddhista e alla fenomenologia si è fatta strada la nozione di corpo vissuto, distinta dalla nozione di corpo oggetto, organico, anatomico. Per Merleau-Ponty, il mio corpo ha una doppia natura, una doppia appartenenza: come oggetto del mondo e come punto di osservazione del mondo. In questo senso l’esperienza è il vissuto corporeo. Secondo R. Venturini «il vissuto, di cui la psicofisiologia clinica specificamente si occupa, è da identificare in quello che tradizionalmente viene denominato vissuto corporeo o che, forse più appropriatamente, potremmo chiamare vissuto psicofisiologico» (1994, p. 1.21). I fenomeni della coscienza, le esperienze estetiche, erotiche, mistiche risultano indescrivibili senza fare riferimento al corpo, al vissuto. Ebbene, se l’esperienza si costituisce attraverso il vissuto corporeo, come si costruisce quest’ultimo? Nel bambino la costruzione del vissuto è favorita e guidata dalla madre. Il neonato è investito spesso da stimolazioni spiacevoli: fame, freddo; gli stimoli sia interni che esterni sono avvertiti in maniera frammentaria e disorganizzata: è necessaria la presenza di una madre capace di organizzare queste sensazioni, questi dati grezzi in una forma che possa essere restituita al bambino. È, questa, la funzione della rêverie; tale funzione può essere paragonata a quella di un contenitore o un calco che contribuisce alla forma della materia plasmabile contenuta. Le sensazioni del bambino sono metaforizzate (“sognate”, immaginate) dalla madre e restituitegli. Probabilmente una volta introiettata dal bambino, questa funzione avrà una parte fondamentale nell’uso della capacità immaginativa. Nella vita adulta spesso ci troviamo a dover ripercorrere questo processo di reintegrazione del mondo interno. Questa volta spetta al terapeuta supportare la persona adulta nella ricostruzione di un vissuto “patologizzato”. Lo strumento per tentare questa ri-definizione è una ri-metaforizzazione dell’esperienza. È la metafora a consentire la “sintesi” del vissuto, l'esperienza dell'integrazione è possibile solo attraverso la metafora: «mi sento come…», che ovviamente è implicita e involontaria. Come afferma Ricoeur: «L’immagine poetica diviene “origine psichica”. Ciò che era “un nuovo essere del linguaggio” diviene un “aumento di coscienza”, o meglio, una “crescita d’essere”. […] lo psichismo viene “insegnato” dal verbo poetico» (op. cit., p. 284). Che il vissuto psicofisiologico scaturisce dalla metaforizzazione: “mi sento come…” viene sottolineato anche da Bion quando scrive che «È essenziale per l’efficienza mentale essere capace di “sognare” un’esperienza emotiva mentre è in corso, […] i fatti, come sono riportati dalle impressioni sensoriali della persona, devono essere convertiti in elementi paragonabili alle immagini visive comunemente incontrate nei sogni» (p. 216). Sembra dunque che le sensazioni per diventare vissuto debbano attraversare una metafora, una immagine: sensazione--->metafora--->vissuto. L’esperienza e la conoscenza sembrano scaturire dalla sintesi di questi diversi processi: le sensazioni corporee sono organizzate grazie a immagini che sono poi investite di significato personale e culturale. In questa direzione è stato proposto da Ahsen il modello del triplo codice ISM (Immagine mentale, risposta Somatica, significato verbale: Meaning), come teoria della rappresentazione interna dell’esperienza.[15] Rispetto al modello del doppio codice di Paivio, qui si prende in considerazione l'aspetto somatico. Nel modello di Ahsen l'immagine mentale, la risposta somatica ed il significato sono copresenti nella condizione di normalità. La maggior parte delle malattie mentali e psicosomatiche derivano dalla rottura della connessione ISM. Ecco l’imporatanza quindi delle immagini mentali in psicoterapia. Sacco ha sottolineato come «oltre all’utilità indubbia dell’imagery nel ricostruire le modalità organizzative della conoscenza individuale, le immagini mentali si presentano come uno strumento potente di tecnica di intervento terapeutico» (p. 128). Molte psicoterapie si basano su metodologie immaginative: il Sogno da Svegli Guidato, l’Oniroterapia, il Training Autogeno, la PNL, la terapia Gestalt, l’Arte Terapia, la Desensibilizzazione Sistematica, il Coping Imagery, l’Immaginazione attiva.
8. Vissuto psicofisiologico e creazione di senso L’esperienza è la sintesi di sensazioni, immagini, metaforizzazioni, emozioni, significato (senso). Abbiamo visto come la sensazione è un significante, la metaforizzazione fornisce il significato; da questo processo scaturisce l’esperienza. «L’immagine è l’essere originario nella e della prassi intenzionale. È l’aprire l’occhio alla visione, la bocca al cibo, la mano all’afferrabile». Il linguaggio delle rappresentazioni mentali è ciò per cui «l’essere nel mondo è costantemente un figurarsi il mondo e nel mondo». L’immagine è la condizione primordiale della traduzione: «È per questa condizione che la figura può raffigurare l’oggetto, che il dito può indicarlo, la parola può nominarlo, il segno designarlo» (Sini, p. 209). Quel “figurarsi” non va inteso come “contenuto mentale”, ma come evento psico-corporeo e liguistico-culturale. Non è possibile un pensare o un immaginare “mentale”. Infatti il corpo vissuto vieta di considerare la possibilità di un sentire o di un pensare “disincarnato”, in quanto le radici del soggetto sono nel corpo. E il corpo stesso non è un dato, si costituisce continuamente come “linguaggio”. «Come potrebbero, infatti, costruirsi, senza la più stretta interazione corpo-mente il pensiero per immagini e l’esperienza estetica in genere; o cosa sarebbe la malinconia senza la sua storia di malori e di lacrime; o la fatica, senza il sudore del corpo e il debito di ossigeno; o la sessualità, senza il suo groviglio di sensazioni, movimento, emozioni e valori?» (Venturini, p. 1.16). Il pensiero per immagini, come tipo di coscienza-esperienza, ha in sé la componente dell'azione, del pensiero, dell'emozione. Da qui la sua importanza per qualsiasi progetto di cambiamento, terapeutico e non. Una conoscenza concettuale, astratta da sola non è sufficiente ad alcun cambiamento, le idee sono efficaci se contengono forza immaginativa e evocatività emozionale. Il pensare cambia di solito solo i pensieri, ma solo il sentire può modificare le emozioni; vale a dire solo l'affiorare di nuove esperienze emotive (aggiungendo nuove tonalità alla configurazione affettiva di base) può incidere sulla loro autoregolazione e modificare l'esperienza, facilitando così un riordinamento dei pattern di significato personale (cfr. Sacco). Prende corpo così quell’istanza di senso, giacché il senso non va visto come semplice attuazione di un significato, ma come circolazione sensibile tra i corpi. Il che riporta all’arte, che si propone da sempre di far sentire il senso, di porgere cioè sensibilmente al corpo la significatività.
9. Verso una pedagogia dell’immaginazione Mi piace concludere con una lunga citazione di Calvino, quasi un appello per una cultura dell’immaginazione che paradossalmente rischia di essere soffocata da una cultura dell’immagine. «Quale sarà il futuro dell'immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la “civiltà dell'immagine”? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in una umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate? Una volta la memoria visiva d’un individuo era limitata al patrimonio delle sue esperienze dirette e a un ridotto repertorio d'immagini riflesse dalla cultura; la possibilità di dar forma a miti personali nasceva dal modo in cui i frammenti di questa memoria si combinavano tra loro in accostamenti inattesi e suggestivi. Oggi siamo bombardati da una tale quantità d'immagini da non saper più distinguere l'esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi d'immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad aquistare rilievo. Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall'allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini. Penso a una possibile pedagogia dell'immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d'altra parte lasciarla cadere in un confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosufficiente, “icastica”» (Calvino, pp. 91-92). Anche Vico insistendo sul fatto che l'immaginazione deve essere allenata, sembra avvertirci che la perdita di contatto con le forme naturali dell'immaginare da parte dell'individuo e della società, unita all'ipertrofia della razionalità, conducono alla profonda solitudine dello Spirito e della Volontà. Evidentemente le Arti Terapie si fanno carico di questa istanza, cercando di svincolare l’immaginazione dagli ambiti in cui è stata costretta e restituirla alla quotidianità. Ritengo che l’immaginazione abbia un ruolo importantissimo non solamente come facoltà “creativa” o fantasiosa, ma soprattutto come possibilità stessa di fare esperienze. L’integrazione del vissuto soggettivo è resa possibile proprio da questa forma di “pensiero”.
BIBLIOGRAFIA
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[1] Dal greco empeiría, qui intesa come “vissuto psicofisiologico” (vedi oltre). [2] L’Arte Terapia non è una teoria o una disciplina, ma un paradigma a cui si riferiscono metodologie e tecniche terapeutiche molto diverse che condividono però l’utilizzo dei linguaggi artistici. Cfr. § 6. [3] L'idea centrale del libro di N. Goodman I linguaggi dell'arte è che le menti degli uomini si specializzano nell'uso delle forme verbali, matematiche, spaziali o iconiche di costruzione del mondo, grazie al supporto dei diversi linguaggi forniti da quella specifica cultura. [4] Come ha mostrato P. Bria «Nell’emozione c’è pensiero, c’è un’attività cognitiva […]. Una persona che ama, che prova sentimenti di amore, ha pensieri di amore; una persona che odia, che prova sentimenti di odio, ha pensieri di odio. […] L’emozione è una certa maniera di cogliere il mondo; è una trasformazione del mondo. […] Questa attività cognitiva ha una logica propria che, nei suoi tratti essenziali, si discosta dalla logica che caratterizza il nostro pensiero cosciente […]. Contro ogni artificiosa dicotomia tra razionale ed emozionale possiamo quindi affermare […] che ogni emozione umana, di qualsivoglia intensità e qualità, ci mette a contatto non con qualcosa di puramente caotico, ma con un tipo diverso di pensiero […] che si annuncia [attraverso le emozioni] come un regno del mentale con una propria struttura e organizzazione, con un suo spazio e un suo tempo» (P. Bria, op. cit., pp. 975-977). [5] Nel De oratore Cicerone spiega come sia più utile per memorizzare fatti, discorsi o liste numeriche, consegnarle «alla mente anche con l'aiuto della vista […] con tanta efficacia da renderci quasi visibile ciò che a stento possiamo abbracciare col pensiero. Per queste forme e per queste immagini corporee […] c'è bisogno di una sede» (p. 559); la capacità di immaginare è fondamentale nella mnemotecnica. [6] La creatività scientifica sin dalla nascita del metodo sperimentale si è poggiata su immagini e simulazioni mentali che hanno costituito il parametro nell'indirizzare le osservazioni, le ricerche e la teoresi. Le immagini mentali hanno un ruolo importante nella fase della “scoperta scientifica” e nella costruzione dei modelli. [7] In ambito antropologico apparve qualche anno fa la teoria dei “sensotipi” secondo cui le culture differiscono per l'importanza che attribuiscono alle varie modalità sensoriali. Crescendo in culture diverse, i bambini non utilizzano in modo equivalente le stesse modalità sensoriali nell'acquisizione e nell'elaborazione delle informazioni. Ad esempio le culture africane attribuiscono maggiore importanza alla danza e al ritmo (propriocezione) piuttosto che agli aspetti visivi dell'apprendimento, rispetto alle culture occidentali che privilegiano il leggere, lo scrivere: la visualità. Cfr. E. Bourguignon, pp. 283 ss. [8] È una forma di pensiero, quello sonoro, in cui i suoni si concatenano e generano idee melodiche che si sviluppano in frasi e periodi musicali, come in un linguaggio verbale. Abbiamo l’articolazione di un vero e proprio discorso musicale fatto di proposizioni, progressioni di linee melodiche, contrappunti tematici, fraseggi, unità ritmiche e timbriche. Tutti segni che si organizzano in un coerente sistema di significato (semantica musicale). Una forma di pensiero che non è traducibile in parole poiché ha una sua specificità (è un modo peculiare di esperire il mondo). [9] La psicologia della percezione ha messo in luce che, se è vero che i sensi sono organizzati in sistemi relativamente autonomi, per altro verso essi non operano per compartimenti. Si osservano infatti molteplici forme di interrelazione: “fenomeni intermodali”. Nella sinestesia, ad esempio, uno stimolo uditivo può evocare risposte nella modalità visiva (sensazione di un colore, di una forma, ecc.). [10] In “metafora” comprendiamo tutte quelle figure retoriche basate sul paragone e la sinettica: analogia, similitudine, allegoria, parabola, iperbole. [11] Per Ricoeur «il carattere iconico della somiglianza deve essere riformulato di modo che l’immaginazione divenga essa stessa un momento propriamente semantico dell’enunciato metaforico» (op. cit., p. 255). [12] Vico sembra riconoscere appieno l’importanza della facoltà immaginativa. Polemizzando con il razionalismo e il metodo deduttivo cartesiano, Vico si muove a difesa della cultura barocca affermando il valore del linguaggio evocativo, narrativo, metaforico della poesia, della fantasia, dell'immaginazione. Ciò che egli rifiuta del razionalismo, è la pretesa di una corrispondenza concreta (vera) tra la realtà delle cose e la struttura formale delle scienze fisiche. [13] Anche nelle espressioni ormai letteralizzate è possibile rinvenire la traccia dell’origine metaforica. “Rinvenire la traccia” è, appunto, una espressione di origine metaforica. Potete dilettarvi prendendo un qualsiasi testo e cercare la traccia sensibile in ogni espressione, anche nella più concettuale. [14] Alla domanda “cosa è il mio corpo per me?” non può che esserci una risposta: “il mio vissuto corporeo”. Ebbene, cosa è il vissuto? Di cosa è fatto? Di sensazioni, di immagini, di emozioni. [15] Anche qui si mostra come nel termine esperienza siano compresi inscindibilmente: il corpo, l’immagine e il linguaggio. |
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