Il teatro del sogno come flusso della condotta
Oliviero Rossi
Psicologo psicoterapeuta
Tutte le diverse parti del sogno sono frammenti della
nostra personalità. Dato che il nostro scopo è quello di fare di ognuno di noi
una persona sana, il che significa una persona integrata, quello che dobbiamo
fare è rimettere insieme i vari frammenti del sogno. Dobbiamo riappropriarci di
queste parti proiettate e frammentate della nostra personalità, e
riappropriarci del potenziale nascosto che compare nel sogno.
F.
Perls
In questo articolo voglio accennare ad alcuni aspetti della
tecnica di intervento sul sogno nel setting psicoterapeutico.
Ogni approccio
psicoterapeutico ha sviluppato delle modalità peculiari di intervento che
rendono operativi gli assunti teorici di partenza. Questo dato ovvio, ma a
volte sottovalutato, porta a ridurre la concezione teorica di partenza alle
tecniche d’intervento sviluppate nel suo ambito, ostacolando la possibilità di
una corretta integrazione ed evoluzione delle tecnologie1 d’intervento clinico in ambiti
concettuali differenti.
Questo è accaduto in modo emblematico con la Psicoterapia della Gestalt, spesso confusa e ridotta alle sue modalità operative,
dimenticando la base esistenziale ed umanistica che orienta il suo approccio.
L’idea portante che F. Perls utilizza per sviluppare la sua
tecnologia di intervento sul sogno è che esso sia, in ogni sua componente,
l’insieme delle proiezioni delle parti della personalità del sognatore. Quindi,
secondo Perls, è importante che la persona possa entrare in contatto con le
figure del sogno per riconoscere in quale modo gli appartengono. Il processo di
integrazione e crescita personale parte da questa operazione. Questo concetto
estremamente fertile può essere completato dicendo che non è soltanto la
rappresentazione onirica delle parti di sé ma la rappresentazione del modo di
essere nel mondo del soggetto, della dinamica della sua condotta2.
L’enfasi sul concetto di condotta ci permette di utilizzare
quello di flusso della condotta così definito da Venturini
«Come si parla di flusso della coscienza (W. James) così
possiamo parlare di flusso della condotta, nella quale solo astrattamente
possiamo ritagliare segmenti discreti, corrispondenti a singole azioni o a
cicli della condotta (ad es., una fase del ciclo vitale, un ciclo della vita
lavorativa): un organismo vivente non può infatti mai cessare di esercitare la
sua condotta, i vari atti ponendosi in una successione continua, cosa questa di
cui va sottolineata tutta l’importanza nella clinica psicologica. Il pensiero
orientale ha da millenni espresso col termine karma il concetto di una
legge universale di causa ed effetto delle azioni, e la tradizione buddhista ha
sottolineato l’interrelazione universale dei fenomeni, descrivendo i processi (nidana
= anelli) attraverso i quali un essere vivente viene all’esistenza ed è legato
alla Ruota della vita» (Venturini R., op. cit., p. 71).
Possiamo, infine, vedere l’unità della condotta manifestarsi
nei legami durevoli stabiliti con l’ambiente, sia a livello fisiologico
(selezione delle risposte che assicurano la sopravvivenza dell’organismo) che
psicologico, e questo sia in forme normali (abitudini, strutturazione della
personalità, relazioni oggettuali) che patologiche (fissazione, compulsione di
ripetizione, nevrosi di destino). La concezione dinamica dell’inconscio
considera gli effetti durevoli e ricorrenti delle pulsioni rimosse (inerenti a
conflitti che non hanno trovato soluzione) e il loro possibile irrompere nella
condotta e nella esperienza cosciente. L’effetto Zeigarnik, cioè la tendenza
per la quale i compiti interrotti o non portati a termine sono ricordati più
facilmente (e più spesso ripresi) dei compiti terminati, può vedersi come il
prodotto della frustrazione di una attività motivata.
Il sogno nella terapia della Gestalt viene accolto come una
rappresentazione dell’esistenza dell’individuo e in questo senso possiamo
parlare di ciclo onirico della condotta. In esso il rapporto
organismo/ambiente non s’interrompe in quanto viene rappresentato all’interno
dell’organismo. Le regole diventano quelle specifiche allo stato del sogno, il sonno
diventa custode del sogno3
garantendo al sognatore la possibilità di sganciarsi dalle regole fisiche,
temporali e sociali che strutturano la realtà dello stato di veglia.
L’ambiente onirico diventa una mappa attiva che raffigura e
rende operanti le emozioni e i vissuti del sognatore, dando vita alla rappresentazione
delle sue dinamiche intrapsichiche e relazionali.
Nel sogno, quindi, l’interazione dinamica degli elementi nei
quali è parcellizzata la rappresentazione dell’esistenza, genera la figura
d’insieme che riproduce il sognatore nel suo flusso di condotta.
Questa considerazione è euristicamente importante nella
modalità gestaltica di lavoro sul sogno in quanto amplia le possibilità
terapeutiche offerte dal recupero della proiezione mostrandone le potenzialità
di ristrutturazione della condotta.
La tecnica spesso adottata per favorire questo processo di
riappropriazione delle proiezioni, è quella di invitare il paziente a
ripercorrere il sogno riattualizzandone le vicende nella interpretazione
drammatica.
Il sogno come campo dinamico
Coerentemente con la teoria gestaltica, il sogno può essere
considerato come un insieme organizzato in un campo dinamico. Il lavoro sul
sogno nella terapia della Gestalt si caratterizza per la cura sull’insieme,
oltre che sulle parti del sogno, e per la costante attenzione al significato
risultante dalla collocazione degli elementi nell’insieme.
Nella pratica clinica, questo si traduce nell’offrire al
paziente strumenti di lavoro che gli permettano di guidare
l’attenzione/consapevolezza in un percorso che “visita” le diverse parti del
sogno, le mette a confronto, permettendogli di trarre da questo confronto nuove
conoscenze.
Il rapporto psicoterapeutico offre la possibilità di
esplorare i propri vissuti affettivi in un contesto relazionale. Questa
operazione aggancia il flusso di condotta vissuto nel sogno ad un supporto reale,
rappresentato dalla relazione terapeutica, nel quale è possibile osservare e
ridefinire le modalità nelle quali il sé si configura al confine di contatto
organismo/ambiente.
La relazione con se stessi e con l’ambiente è mediata e
organizzata dalle proiezioni e dal nostro “sistema di credenze” che diventano,
più o meno inconsapevolmente, gli elementi con i quali costruiamo le nostre
anticipazioni e il nostro modo di esistere nel mondo.
L’operazione di interpretazione drammatica del sogno
favorisce — rispetto alla dimensione esistenziale nelle sue componenti di
presenza, responsabilità e consapevolezza — un cambiamento di segno a vari
livelli:
• lo svolgersi della
narrazione di sé dallo stato di passività del sonno si trasferisce
nell’attività cosciente della veglia
• le situazioni subite
nel sogno, sono ricostruite nella rappresentazione con la direzione del
sognatore.
Tra il sogno sognato e quello rappresentato c’è il racconto
del sogno, che è anche la concettualizzazione dell’evento onirico in una forma
narrativa e la sua riorganizzazione in termini tali da poter essere ricordato.
Solo dopo questa operazione il sogno può essere raccontato a un altro. La
traduzione in termini narrativi del sogno segue le norme del “sistema di
credenze” del sognatore, che operano nella sua vita da sveglio. Il sogno come
lo ricordiamo è, quindi, anche una rappresentazione dell’organizzazione
cognitiva con la quale costruiamo la nostra visione di noi stessi nel mondo.
Il sogno ricordato nel racconto è vissuto come evento
concluso, passato; lo svolgersi della sua trama una volta disegnata non
consente la possibilità di scelta. Ai fini dell’intervento sulla condotta è
utile considerare la struttura che sostiene il racconto del sogno,
corrispondente alla configurazione/limitazione della modalità esistenziale che
la persona adotta nella vita reale, o che vorrebbe adottare ma non si permette
di fare. La rappresentazione del sogno viceversa consente, attraverso
un’operazione di riattualizzazione, l’esplicitazione delle scelte omesse o
possibili ed evidenzia il sistema di credenze che le dirige nella condotta.
Il momento del racconto del sogno, quindi, si situa già
all’interno della relazione terapeutica: il terapeuta entra e partecipa con il
suo ascolto; il racconto si appoggia al “noi” della relazione come campo
dinamico che permette e promuove la comunicazione, l’intervento terapeutico e
la ristrutturazione da parte del paziente. Al tempo stesso la particolare
relazione fra le due persone influenza il modo in cui il racconto si configura
(con determinate enfasi, omissioni e censure), dando la possibilità al
terapeuta di evidenziare alcuni primi elementi di sfondo.
Successivamente al racconto del sogno è possibile
intervenire con la drammatizzazione, come modalità esperienziale che opera sul
flusso di condotta.
Il Soggetto che ha prodotto il sogno diviene soggetto/sceneggiatore,
oltre che attore e regista, del copione a cui dà vita nell’interazione con il
gruppo e/o con il terapeuta e può entrare nell’attività di ristrutturazione
della mappa emotiva e cognitiva che la rappresentazione di sé gli
permette.
Nella drammatizzazione il sognatore inizia a scegliere i
personaggi e gli oggetti che rappresenteranno le figure del sogno. Nel gioco
delle parti, nell’espressione più profonda dei ruoli, nel loro mutamento e
sviluppo drammatico, lo svolgimento della rappresentazione rievoca la trama
della propria vita (o parte di essa); il processo svela il tessuto esistenziale
agli occhi stessi del sognatore divenuto attore/osservatore. Il racconto della
propria vita coincide con il destino personale, ma è anche la trama scelta che
nella mente diviene destino: in quanto è l’identificazione con la propria storia
che dà vita al sistema di credenze che orienta le scelte di un individuo e lo
àncora a un carattere.
Le linee guida che danno forma
all’intervento del terapeuta gestaltico
La drammatizzazione terapeutica parte quindi dalla analisi,
in senso registico, sul testo del sogno: paziente, gruppo e terapeuta, con i
loro diversi ruoli, diventano lo strumento che dà forma e muove il campo
dinamico definito dal soggetto/sceneggiatore. A questo punto infatti,
sia nella situazione di diade terapeutica che in quella di gruppo, il lavoro
terapeutico coincide con il montaggio della azione del sogno. Il terapeuta
diviene una sorta di accompagnatore empatico, che svolge la sua azione
maieutica partendo dal principio che gli elementi del sogno sono definibili
soltanto rispetto alla relazione con l’insieme come, per esempio, le note di
una melodia.
Questi sono alcuni dei punti che l’intervento terapeutico
prende in considerazione:
• Il lavoro sul
sogno viene svolto considerando complessivamente qual è la sua funzione, la
“richiesta”, l’impatto emotivo che ha nel suo insieme sul sognatore (es.
frustrazione, esplosione, ecc.) e sulla relazione terapeutica;.
Il sogno offre materiale per la crescita personale e di
intervento terapeutico a molti livelli: prima di tutto il racconto del sogno è
una comunicazione svolta in una dimensione relazionale che è utile tenere
presente. Nella scelta del tipo di intervento da portare avanti è importante
considerare gli eventuali aspetti di richiesta e il messaggio che la narrazione
del sogno ha nei confronti del terapeuta in quella fase del rapporto;
• l’organizzazione
e l’ordine interni del sogno in quanto campo dinamico (es. rapporti spaziali,
di forza, di materia, di peso, di età, movimenti, ecc.);
• le parti
definite in relazione reciproca, incluso il paziente come sognatore, attore del
sogno, e definite in rapporto all’insieme del sogno;
• le figure del
sogno definite in relazione al paziente come persona nella vita reale e come
parti intrapsichiche.
Alcuni punti dell’intervento gestaltico sulla condotta
Nel lavoro gestaltico è fondamentale la definizione delle
parti del sé e il loro processo di elaborazione (per es. il dialogo gestaltico
nell’immaginazione guidata o nel role-playing), sempre nella reciproca
relazione. In un certo senso l’intervento gestaltico si svolge lungo un
processo di identificazione e disidentificazione con le polarità affettive che
lottano in modo esplicito o negato/rimosso. È da precisare che questa modalità
di intervento non è da considerare una semplice tecnica in quanto è
l’applicazione pratica del “principio dialogico”4 per cui sia le parti intrapsichiche, sia l’individuo in
relazione all’ambiente, si determinano reciprocamente, nel contatto e nel
confronto. Questa operazione rende manifesta la struttura relazionale che fa da
sfondo all’Io inteso come figura emergente.
Del resto questa prospettiva è quella adottata dalla Gestalt
anche nel trattare aspetti della vita reale; la differenza è solo che nel sogno
— rispetto a un segmento di vita quotidiana — il quadro d’insieme è
semplificato e i possibili “riferimenti dialogici” (cioè gli elementi che si
sostengono e si determinano reciprocamente) sono spesso meno numerosi che nella
realtà.
Supponiamo un sogno del tipo:
“Mi trovo sulla riva di un fiume c’è un ponte sospeso, molto
lungo. Si avvicinano due persone mi sollevano da sotto le braccia e mi portano
sul ponte. Mentre vengo trascinato mi accorgo che siamo seguiti da un asinello.
Arrivati al centro del ponte su un lato del parapetto vedo un’apertura con un
grande scivolo tipo acqua-park. Mi infilano in questa apertura scivolo giù e
mentre scivolo guardo su e vedo l’asinello che si sporge.”
Una possibile articolazione di intervento a partire da
alcune procedure chiave:
1. Figura-sfondo
Il primo passo che il terapeuta può compiere consiste nel
guardare le parti del sogno per individuarne le relazioni con l’insieme.
L’analisi del sogno totale è la funzione principale.
L’attenzione allo “sfondo” si traduce nel portare in
evidenza ciò che è marginale o mancante: esperienze, oggetti, persone, vuoti di
memoria. È necessario sottolineare che nella dialettica figura/sfondo
l’elemento che emerge come figura è sostenuto dinamicamente dagli elementi
dello sfondo, le figure che appaiono senza il sostegno dello sfondo rimandano
immediatamente ad un’azione di omissione o negazione.
Il sogno, quindi, può essere esperito come un tutto, anche
quando degli elementi specifici mancano o sono distorti.
Nell’esempio è evidente l’omissione del vissuto emotivo e
delle sensazioni fisiche, che nella realtà accompagnerebbero una situazione
così fortemente caratterizzata in senso fisico: essere sollevati, trascinati,
scivolare ecc.. L’azione è raccontata senza partecipazione emotiva, come se
accadesse ad un’altra persona.
Nel conflitto fra impulsi emozionali da un lato e
razionalità dall’altro, il terapeuta cerca di far emergere gli aspetti
emozionali del conflitto, orbitanti sostanzialmente attorno alla
paura/desiderio. Questo nel tentativo di creare, insieme al paziente, le
condizioni che possano portare alla comprensione dall’“interno” del vissuto
rappresentato, piuttosto che la razionalizzazione e la descrizione asettica e
distaccata.
Un cambio di prospettiva, in questo caso operato
dall’inserimento del vissuto emotivo anestetizzato o negato, aiuta ad uscire da
un “equilibrio forzato” fra le parti a confronto, e a volte la stessa
“topografia” del sogno, suggerisce le prospettive (esterne, al di sopra,
intorno) che possono dare un senso più completo a quello che sta avvenendo
“nell’azione onirica”.
Ad es. la collocazione e l’azione dei personaggi del
racconto può rimandare alla posizione nel mondo del sognatore: per es. in quale
modo nella vita si pone egli stesso come ponte tra due figure significative… In
quale modo la sua condotta è caratterizzata da una scissione tra una dimensione
alta e in qualche modo inibita (l’essere in alto sul ponte bloccato per le
braccia) ed una bassa fluida e senza freni (lo scivolo verso il fiume)…
2. Il flusso emozionale
Riguarda sia il vissuto del soggetto durante l’evento del
sogno sia quello delle parti che egli eventualmente interpreterà nel lavoro di
drammatizzazione del racconto.
In questo caso il role-playing va sfruttato come vera e
propria interpretazione in senso espressivo, per attingere a tutte le
informazioni e suggerimenti che vengono dal corpo, dalla postura, dalla voce,
dal respiro, come manifestazione emozionale, oppure per sensibilizzare il pz. allo
spessore emozionale che, a volte, si può cogliere pienamente solo al di là
delle parole, nelle manifestazioni non verbali.
Ad es. il protagonista durante l’interpretazione dei vari
personaggi può manifestare, amplificare e prendere contatto con sensazioni ed
emozioni omesse nel racconto. L’immedesimazione con i vari ruoli del sogno può
dare “corpo” alla situazione di sospensione dai propri bisogni nel tentativo di
tenere unite le due persone del sogno, che potrebbero essere diventate nella
rappresentazione psicodrammatica, i genitori della realtà.
3. Essere nel presente
Equivale a rivivere il sogno piuttosto che a ricordarlo:
questo significa anche cercare di ricreare il sogno, ma senza dimenticare che
la situazione presente è quella della seduta, per cui, se l’azione in atto
richiede modificazioni o altri interventi (introduzione di altri elementi,
nuove persone e personaggi che si rivelano dietro i contenuti del sogno, ecc.)
il filo migliore da seguire è quello dello stato emozionale presente nel setting
e valutare eventualmente se c’è congruenza nei sentimenti: “evitamenti”,
ripetizioni di “copioni” e “attaccamenti” (sentimenti che scattano “automatici”
a difesa e copertura di altri che restano inespressi), ecc. La relazione
terapeutica è il tramite reale dal quale partire per considerare il rischio del
cambiamento ed è nel suo interno che la drammatizzazione viene svolta.
Per es. se e in quali termini il ponte con quello che
avviene lungo le dimensioni alto/basso può rappresentare ciò che sta avvenendo
nella relazione terapeutica…oppure durante la drammatizzazione il protagonista
potrebbe interrompersi rivolgendosi al terapeuta dicendo che gli sembra assurdo
mettersi nei panni dell’asinello. Il rifiuto offre lo spunto per tradurre di
nuovo il materiale onirico in una condotta quotidiana: ad es. la modalità con
la quale in una situazione reale esprime, o vorrebbe esprimere, il
rifiuto di assumere o riconoscersi in un determinato ruolo; oppure riconducendo
la consapevolezza verso l’interruzione in se stessa per seguire il filo delle
situazioni inconcluse che nell’esistenza di quell’individuo danno forma al suo
“copione di vita”.
4. Assunzione di responsabilità
L’assunzione di responsabilità per la conduzione della
propria esistenza, in particolare nella dimensione del sogno equivale anche ad
estendere la consapevolezza; in questo senso ogni omissione o dimenticanza si
presenta come una “scelta” di censura che impedisce la presa di coscienza ed
esclude dalla comunicazione.
Nel sogno evidentemente le cose sono molto spesso
accentuate, ingigantite, distorte ma proprio per questo riflettono in modo
ancora più evidente i nostri meccanismi proiettivi. Lavorando sul sogno abbiamo
l’opportunità non solo di scoprirli e di riconoscere la loro azione, ma proprio
per la peculiarità del lavoro gestaltico, di riappropriarci delle parti di sé
proiettate nelle figure del sogno, operando in direzione della loro
reintegrazione e verso la ricomposizione della scissione che ne sta
all’origine.
5. Confronto con la realtà
Ogni sogno è un universo a sé, ma il lavoro sul sogno in
Gestalt comprende sempre anche una apertura, come abbiamo visto nel sogno
considerato, un rimando alla realtà del soggetto. Quello che si può scoprire in
una seduta psicoterapeutica costituisce il tramite fra il sogno e la vita
reale; vuol dire in concreto trovare le corrispondenze fra gli elementi del
sogno e il proprio modo di essere, tanto nell’affermare quanto nel negare le
proprie caratteristiche.
La drammatizzazione nella
terapia
La drammatizzazione permette, quindi, di giocare i propri
ruoli e le dimensioni di sé nell’area protetta del setting.
Il paziente entrando nel come
se del setting terapeutico inizia ad uscire dalla situazione di fissità
emotiva o di visione della vita in bianco e nero, cioè senza mezzi toni, per
cominciare a rendere fluido il gioco dei sentimenti, ritrovare la rabbia
inespressa nel senso di colpa, la possibilità che amore e odio possono
coesistere, scoprire insomma, l’infinita scala di grigi contenuti tra il bianco
e il nero. Durante questo processo il paziente sviluppa la fluidità dei
sentimenti insieme alla capacità di viverli diventandone consapevole, mentre
sperimenta nella situazione finta5
del come se psicoterapeutico, realmente, onestamente, le sue emozioni.
Questa sperimentazione simbolica, nel qui ed ora della
terapia, di vissuti affettivamente reali ai quali possono seguire delle
risposte diverse da quelle consentite dalla situazione originale, ormai passata
e immutabile, permette di ristabilire la maturazione e lo sviluppo di quegli
strumenti affettivi e cognitivi non disponibili al paziente nelle situazioni
traumatiche originarie.
Il contatto con i propri reali bisogni e la comprensione che
emerge dalle esperienze di drammatizzazione, possono permettere il superamento del
fallimentare e ciclico tentativo di portare a termine le situazioni
emotivamente ancora aperte del passato con gli strumenti affettivi e cognitivi
tipici di quel passato.
L’intervento gestaltico, come fin qui descritto, focalizzato
sulla dinamica della condotta, favorisce la ricerca di un ponte tra la “storia”
vissuta nel sogno e il modo di condurre la propria esistenza, promuovendo la
riorganizzazione del “sistema di credenze” e la riconsiderazione dei propri
bisogni e motivazioni.
Il passaggio tra l’evento raccontato (ad es. il sogno), che
come accennato prima è ormai fissato nella sua incompletezza — in quanto evento
passato — e l’operazione di riattualizzazione svolta nella seduta
psicoterapeutica, permette al paziente che “interpreta” se stesso, nel copione
del sogno da lui sceneggiato, di chiudere le situazioni inconcluse della sua
vita.
Viene così ad effettuarsi un rovesciamento temporale nel
quale il paziente si trova a rendere consapevolmente presenti, attuali e quindi
modificabili nel processo terapeutico, quelle situazioni con le quali trasforma
inconsapevolmente il suo passato nella situazione presente
È proprio questo rovesciamento che permette il recupero del
“senso” del proprio esistere che rende sperimentabile la modificazione della
condotta, in questo modo possiamo parlare di intervento sul flusso della
condotta come operazione reintegrativa.
4)
Cfr. Buber M., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo,
Cinisello Balsamo (MI), 1993.
Bibliografia
Buber M., Il
principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1993
Colli G., La
sapienza greca, Adelphi, Milano, 1981
Hilmann J., Le
storie che curano, Cortina, Milano, 1984
Lalli N., “Veglia
– Sonno – Sogno” Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria n° 30,
Roma 1997
Perls F., L’approccio
della Gestalt. Testimone oculare della terapia, Astrolabio, Roma, 1977.
Perls, Hefferline
& Goodman: Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio,
Roma, 1971.
Venturini R., Coscienza
e cambiamento, Cittadella Editrice, Assisi, 1995.