Il gioco del teatro consiste nel "dar corpo"
all'immaginazione, dell'autore e dell'attore, che si tratti di un gioco
di pura immaginazione irreale è evidente! Un attore immagina
di essere per esempio Napoleone, ma sa benissimo di non esserlo. Eppure
deve farlo credere. Si tratta tutto sommato di un grosso imbroglio
in cui il pubblico è complice. Lo spettatore infatti va
a teatro col preciso intento di "farsi imbrogliare", di fingere
di credere che quel signore sulla scena, che in realtà è
il vicino di casa, sia invece Napoleone!
Si tratta di un gioco condiviso in cui anche l'immaginazione
dello spettatore ha un ruolo importante.
Ma il punto perno dell'operazione è sempre l'immaginazione
dell'attore. L'attore dunque gioca a "fingere" ma è essenziale
che sia in qualche modo onesto con se stesso!
L'onestà è legata alla chiarezza con
cui immagina, all'evidenza della realtà immaginativa.
In un altro lavoro abbiamo messo in evidenza come la
percezione reale acquisti significato solo se collocata nel contesto
del tessuto immaginativo del soggetto decodificante.
Già Neisser (1981) aveva parlato di "schemi
mentali" come modulatori dei processi percettivi. Per esempio se "percepisco"
il mio interlocutore, la percezione attuale si collega alla rappresentazione
interna che ho dell'altro in questo momento. "Io immagino" che chi mi
sta di fronte sia un "collega"...
Questa ipotesi immaginativa è confermata continuamente
da elementi di informazione che il "presunto" collega invia...
Se io pensassi (immaginassi) che il mio interlocutore
è in realtà un falsario millantatore, sulla base di questa
mia "rappresentazione mentale" focalizzerei l'attenzione (che è
un altro importante modulatore del processo percettivo) su altri elementi-segnali
da lui prodotti, per un'eventuale ulteriore conferma della mia ipotesi.
La mia ipotesi immaginativa modula anche le mie risposte...
Quindi l'attività reale è assolutamente
modulata dalla immaginazione!
Non è già teatro, questo? Quale è
la differenza tra teatro e realtà? Innanzi tutto ci chiediamo:
come fa l'attore a far credere che ciò che sta rappresentando
sia reale? Aumentando l'evidenza della sua immaginazione interna.
Non abbiamo detto che è l'immaginazione che modula l'attività
reale? Quanta realtà discende dall'immaginazione!
Ora noi pensiamo che l'attore mediocre pensi di poter
scavalcare questo fondamentale passaggio. Forse pensa di poter "dire"
o "fare" senza alcuna "immaginazione" di ciò che dice o fa.
Il secondo punto della nostra discussione verte intorno
al nostro concetto di immaginazione. Essa è per noi un ampio
processo che, lungi dall'essere esclusivamente mentale, investe tutto
il corpo. Per esempio l'immaginazione di un gesto è costituita
da una microproduzione di un gesto. Tale evento corporeo non è
clamorosamente visibile; è appena accennato, nascosto dal complesso
dei gesti "reali" e dalla modulazione delle tensioni posturali. Inoltre
è stato messo in evidenza come, se si chiede ad un soggetto di
immaginare, o di ricordare immaginativamente, egli tenda a muovere gli
occhi verso l'alto e lateralmente. Noi abbiamo interpretato questa "gestualità
oculare" ipotizzando che lo spostamento degli occhi consenta al soggetto
di "sottrarsi", durante l'esperienza immaginativa, alle sollecitazioni
visive provenienti dall'ambiente esterno. Il soggetto "vede" ciò
che sta immaginando e per "vedere", riducendo al massimo le
interferenze percettive, "sceglie" una zona del campo visivo in qualche
modo più "protetta"... spesso gli occhi, in questa operazione
si nascondono parzialmente sotto le palpebre superiori. Dunque noi abbiamo
ipotizzato che gli occhi siano coinvolti sia nei processi percettivi
che in quelli immaginativi visivi e che spesso i due processi sono così
ravvicinati tra loro temporalmente da essere quasi simultanei.
Per esempio in questo momento io percepisco l’ambiente esterno
e "contemporaneamente" "immagino" visivamente, anche se in modo frammentario,
l'incontro che avrò in serata con un collega, e poi "ricordo"
(cioè immagino sempre visivamente) quanto è successo ieri
sera a casa mia... In un lavoro precedente ho sostenuto che immaginazione
e percezione s'incontrano nello sguardo.
Nello sguardo e negli occhi che lo compongono si intrecciano
funzioni diverse. Queste funzioni possono alternarsi tra loro e in qualche
modo convivere.
Un osservatore esterno si accorge facilmente (in grandi
linee) se chi gli sta di fronte sta "immaginando" (cioè sta "vedendo"
sue rappresentazioni interne) o percependo ciò che è presente
nel contesto in cui "attualmente" si trova.
Come fa ad accorgersene? Osservando la "fenomenologia"
dello sguardo del soggetto osservato (cfr. Ruggieri, 1987).
Se l'osservatore imparerà con una opportuna
pratica a "guardare" gli sguardi, potrà accorgersi di quanto
frequenti siano i casi in cui gli attori non pensano (perché
non vedono immaginativamente) a quello che dicono. Essi tendono a produrre
gesti (e parole che non siano altro che "gesti sonori") staccati dal
pensiero e dall'immaginazione.
E' l'immaginazione che produce la parola e non viceversa!
Lo spettatore può percepire anche solo in modo
subliminare ed inconsapevole che i processi interni immaginativi sono
staccati da quelli interni immaginativi, oppure se tra "immaginazione"
e "realtà" si è instaurata una certa coerenza.
Il concetto successivo su cui vorrei soffermarmi è
che ogni individuo è pertanto portatore di diversi schemi "espressivi"
legati alle "rappresentazioni" immaginative interne di ciò che
"si crede o si immagina di essere..." Per esempio se io immagino di
essere un "re" e sono convinto della verità di questa mia convinzione
immaginativa, automaticamente, quasi senza accorgermene, assumerò
una postura ed uno sguardo da "re". Questo non succede solo a teatro
ma anche nella cosiddetta vita reale! Se sono convinto di essere uno
schiavo (nella vita reale) assumerò una postura da schiavo. Nel
caso dell'attore è necessario che egli veda immaginativamente
se stesso come un re perché assuma una postura da re. Il
"veda immaginativamente" non è qui usato in termini metaforici,
ma in termini percettivi concreti. La concretezza è nella evidenza
immaginativa e non (o non soltanto) nell'assunzione di una determinata
postura. La postura infatti segue l'immaginazione.
Quanto abbiamo fin qui sostenuto è importante
ma forse ovvio. Ma non spiega la specificità del teatro. Il teatro
è un gioco: in questo gioco, come abbiamo detto, una persona
reale finge di essere "altro". Pertanto in lui non possono non convivere
i due livelli, le due identità. Ci rendiamo conto che
i modi con cui le due identità convivono nell'attore richiederebbero
delle analisi approfondite di tipo empirico-sperimentale che speriamo
di portare avanti nel nostro laboratorio. Per ora ci soffermiamo su
un aspetto particolare del fenomeno e cioè che le diverse identità,
per convivere armonicamente, devono occupare spazi e tempi diversi.
Talvolta l'identità "reale" dell'attore chiede a quella immaginativa
di essere "essenziale", contenuta, non straripante... come se la pregasse
di mettersi un pò in un angolo.
In altri termini l'identità immaginativa compare,
nella figura dell’attore, come un'identità cui l'attore
allude .
L'allusione è tutta in gesti accennati che scaturiscono,
automaticamente da un'immaginazione che convive con la realtà.
Questa allusione è, ripetiamo, estremamente concreta, gestuale
(microgestuale), motoria ma con tempi e modi diversi.
E’ nella capacità di alludere e
qualcos’altro che consente il gioco. E' qui che Diderot
ha ragione!
Come è noto questo citatissimo e scarsamente
compreso autore, ha sostenuto che il grande attore non si identifica
pienamente col suo personaggio. Noi abbiamo qui lo spazio per discutere
approfonditamente questa convinzione, ma pensiamo che essa sia comprensibile
se pensiamo che la doppia identità dell'attore suggerita da Diderot
consista nella capacità di collocare nella concreta realtà
fisica della scena e dell'attore un universo immaginativo che acquista
una forte concretezza attraverso una gestualità allusiva. Speriamo
di poter sviluppare ulteriormente il discorso in altra occasione d'incontro!
* Professore
di Psicofisiologia Clinica presso l’Università "La
Sapienza"
BIBLIOGRAFIA
Neisser U., Conoscenza e realtà, Bologna, Il Mulino,
1981.
Ruggieri V., Semeiotica dei processi psicofisiologici e psicosomatici,
Roma, Il Pensiero scientifico, 1987.
Ruggieri V., Mente-Corpo-Malattia, Roma, Il Pensiero Scientifico,
1988.
Ruggieri V., On the hypothesized correspondence between perceptual
and imagery processes, Perceptual and Motor skills, 73, 827-830,
1991.
Ruggieri V., Immaginazione e Percezione si incontrano nello sguardo,
Realtà e Prospettive in Psicofisiologia, n. 5-6, 119-131, 1993.
Ruggieri V., Giona S., Lombardo G., Movimenti oculari e immaginazione
corporea, Attualità in psicologia, XII, 1, 41, 1997.
Ruggieri V., L'Esperienza Estetica/Fondamenti psicofisiologici per
un'educazione estetica, Armando Editore, 1997.